L’uomo, la donna ed il loro rapporto con i sogni.
Romeo Lucioni
La donna ha in sé la grande capacità di guidare i propri sogni, proprio perché in Lei domina “l’obiettivo”, il senso innato di dove vuole arrivare, cosa vuole ottenere. Lo dimostra la storia di Penelope che non si permetteva di rincorrere i sogni: il suo compito inesorabile e ossessivo era quello di … aspettare il ritorno di Ulisse.
L’eroe, invece, non può dimenticarsi di essere stato, nel tempo primario, un “cacciatore£ e, quindi, il suo cervello, la sua anima, il suo istinto lo portano a … rincorrere i sogni. Questo modello psico-mentale significa che per l’uomo “… i ricordi sono sacri” (fanno parte del suo destino e non può dimenticarsene), ma, nello stesso tempo, deve rincorrere i sogni che sono il segno tangibile della sua mente indomita, spinta a cercare sempre nuovi spunti creativi, nuove osservazioni, nuove “avventure”.
È dell’uomo pensare una cosa e farne un’altra, iniziare mille storie, essere attratto dalla nuova-ultima avventura che gli si appiccica addosso come una nuova pelle che lo trascina… per apprendere… per scoprire… e mai finisce perché c’è sempre un piccolo dettaglio che richiama la sua attenzione, quel “sassolino nella mente” che lo obbliga nuovamente a sognare, anche se non può neppure mai dimenticare i propri “ricordi” sacri come un proprio Dio-protettore, il proprio “Dio-farfalla”.
Questa particolare diversità tra uomo e donna è così importante perché permette di comprendere la loro diversa attitudine nei confronti della vita e del destino, perché la donna non può dimenticare un “sgarbo subito” e per il quale è capace di dire “No” per tutta la vita, mentre l’uomo, quasi dimostrando una specie di civetteria superficiale, è capace di chiedere di fare all’amore anche se un attimo prima si era esibito in una furibonda scenata.
Anche guardando l’anatomia intima della donna e dell’uomo ci si può rendere conto, perfettamente, senza ombra di dubbio, che Lei è fatta per ricevere, per accogliere, per coccolare, mentre Lui corre, vibra, scende e sale in continuazione, in una inesauribile avventura che lo porta a sperimentare per … dimostrare la propria inventiva, il proprio grado di … saper sognare.
La menta dell’uomo trova, in questo continuo “creare” la causa per un più precoce esaurimento che non deriva dalla perdita della “carica”, ma dai continui ed inevitabili fallimenti, dal vivere un senso di frustrazione quando … non può più sognare, … non riesce più a imporre il proprio modello che è di innovare, pensare di potere sempre ricominciare d a capo … come in una inesauribile … battuta di caccia.
- L’uomo cacciatore;
+ la donna “agricoltore-raccoglitore”;
- l’uomo incline a procurare il proprio sostentamento fisico e mentale, la propria inesorabile avventura;
+ la donna raccoglie, semina, alleva, conserva, cerca nell’amore il proprio senso
di vivere;
- l’uomo cacciatore deve essere sempre un po’ affamato per avere i sensi più acuti e svegli, gli occhi attenti su tutti i dettagli che non devono sfuggirgli;
+ la donna-raccoglitrice deve sentirsi soddisfatta, tranquilla, libera dai pensieri
che la terrebbero in ansia e, quindi, poco sicura di sé;
- l’uomo è sempre un po’ apprendista, propenso quindi a progettare cambiamenti;
+ la donna raggiunge la sua isola dove pone la sua capanna per cominciare
finalmente a srotolare il suo destino;
- l’uomo può crearsi un obiettivo tutti i giorni;
+ la donna ha l’impressione di girare a vuoto se non trova una meta a cui
arrivare in un tempo prefissato;
- con tutti i suoi progetti l’uomo si va sempre più sentendo intelligente e capace, per questo diventa autoritario, crea il proprio “status paternalista” come se volesse difendere gli altri, quando invece riesce a pensare a se stesso, al “proprio potere”;
+ la donna, con i piedi piantati per terra, coerentemente risolve la quotidianità
e ha tempo per organizzare la sua vita, tenuto conto anche di quello che può
fare per gli altri che così … diventano importanti ai suoi occhi che cercano aloni
di collaborazione … di famiglia;
- la caccia, in maniera assurda, riesce a far distogliere l’attenzione ed il pensiero vaga su mille particolari del mondo esterno, la realtà, e del mondo interno, la personalità, così non c’è mai tempo per frenare l’immaginario e la creatività che crescono a dismisura dando forma ad un … universo poetico ed onnipotente;
+ la donna scopre continuamente spunti autoreferenziali che fanno da “sasso
lanciato nella laguna”: creano cerchi concentrici che simboleggiano la dinamica
dell’amore, di quelle “sensazioni profonde” che chiamiamo “affetti positivi” che servono, prima di tutto, a controllare le risposte emotive, a sedare le ansie e le angosce (soprattutto quelle di cui non conosciamo la causa o l’origine e che chiamiamo “ansia libera”);
- non va dimenticato che i “sogni veri” (accompagnano il “sonno Rem”) si accompagnano all’erezione e, quindi, gli uomini godono della loro attività onirica, li fa sentire sempre giovani, sempre pronti con la verga eretta;
+ la donna non vive queste sensazioni, proprio perché le sue fantasie sessuali richiedono di sedare sensazioni che riguardano il “bisogno di sentirsi … riempiti” (vedi nel blog: adolescenza-adolescenti.blogspot.com);
- i cacciatori hanno bisogno di “sentirsi capaci di uccidere” per vincere la paura che … li fa marcire dentro;+ la donna “allevatrice” trova la propria felicità nel veder crescere, nella routine dell’esistere, in tutte quelle cose che, definite come “valori affettivi”, portano con sé anche senso di serenità e di equilibrio;
venerdì 19 dicembre 2008
lunedì 15 dicembre 2008
La donna come creatrice di cultura e di sviluppo
La cultura mesoamericana e la problematica dell’occultamento degli dei come segni di retrocessione culturale e blocco dello sviluppo.
Romeo Lucioni – Leticia Lucioni
Seppure oggi si insista su possibili contatti precolombiani fra le culture mesoamericane e quelle europee e asiatiche, non si hanno dati certi per poter pensare ad un’area geografica nella quale si siano sviluppate autonomamente culture tanto importanti da giungere alla fondazione di città maestose, ricche e poderose, che inoltre contavano con un enorme popolazione. Basta far riferimento al fatto che Teotihuacan nel momento di massimo splendore contava con 200.000 abitanti, esattamente come la Roma imperiale, mentre Tenochtitlan ne aveva 1.000.000, e ci rendiamo subito conto dell’importanza di quelle espressioni umane, sociali ed antropologiche.
Prendiamo in considerazione che:
- la struttura socio-culturale ha favorito abituali invasioni barbariche, guerre tribali ed anche di invasione che venivano dal Guatemala e dal Costa Rica, oppure dal Messico e dall’Arizona.
- La sottomissione alle forze della natura ha portato a creare un vero “stato di panico collettivo” e la conseguente necessità riparativa per la quale agli “Dei arrabbiati” bisognava offrire sacrifici umani , di cuori palpitanti e di una notevole quantità di sangue fresco che veniva raccolto dai “penitenzieri” con “salassi sacri” fatti dalle orecchie, dai gomiti, dai genitali.
- Le invasioni portavano a continui cambiamenti culturali anche profondi e, da questi, la necessità di nascondere i propri Dei-Protettori ed anche i Dei-Lari (della famiglia)
- Le popolazioni mesoamericane si dedicavano prevalentemente all’agricoltura ed alla raccolta, anche perché il loro Dio Quetzalcòatl, “il Re Pastore”, nella sua bontà, aveva invitato i suoi sudditi a nutrirsi dei prodotti della terra, risparmiando la vita degli animali. La loro dieta era per lo più vegetariana, con il mais come cibo di base, insieme a: zucca, fagioli, pomodori, peperoni, cipolle, cuye, chia (salvia selvatica), cacao, manioca, pepe, muguey, una agave da cui si ricava il pulque. Non vanno dimenticate anche la patata e la papa (patata dolce) che potevano essere usate per produrre il chuñu che poteva essere conservato per lungo tempo.
- La caccia era usata per procurare carne per le famiglie altolocate, senza dimenticare che gli uccelli ed i cervi che venivano presi o uccisi erano riservati come “… dono per gli Dei”, ai quali veniva offerto il loro sangue, versato sulle pietre sacre.
- Nel Popol Vhu viene ricordato come il popolo si nutriva di tafani, vespe, api e altri piccoli animali.
Con tutto questo, i Maya si consideravano abitanti di una specie di “paradiso-terrestre” anche se inseriti in una struttura sociale fortemente e rigidamente patriarcale, dove la donna si dedicava alla casa, dando anche un aiuto agli uomini per affrontare le necessità agricole.
L’ambito subtropicale causava la frequente comparsa di cataclismi e fenomeni naturali disastrosi, tanto che venivano ricordati eventi nei quali “… el cielo se cayò sobre la tierra!”
Il territorio mesoamericano dove si sono sviluppate diverse “civiltà” (tra le quali vengono maggiormente ricordate quelle: Tolteca, Olmeca, Maya, Nahua, Zapateca, Teotihuacana, Mixteco-Cholulteca, Mexica e la Chichimeca) era per lo più coperto da foreste rigogliose che però impedivano lo sviluppo organizzato delle comunicazioni e della caccia proprio per questo si sono sviluppate delle “città stato” che spesso hanno anche acquisito dimensioni enormi.
La cultura e l’antropologia moderne sono d’accordo nel ritenere che:
- una società fortemente patriarcale è pregiudiziale per lo sviluppo e per la crescita;
- i principi che sostengono una visione teologica che genera tensioni e paure, portano ad una “costruzione relazionale” che uccide l’amore, visto come espressione di solidarietà e di generosità;
- solo una logica integrativa e, quindi, un legame fondato sull’uguaglianza tra i generi porta ad una struttura socio-culturale favorevole per lo sviluppo e per l’evoluzione sociale, culturale, umanistica, scientifica e conoscitiva.
Sulla base di questi fondamenti possiamo allora ben dire che la loro mancanza o il loro deficit nella cultura mesoamericana, caratteristica delle popolazioni Maya, possono essere considerate come la causa preponderante del ritardo della loro evoluzione a tal punto che diventa giustificata l’asserzione per la quale i popoli mesoamericani, anche nel periodo che va dal 1000 al 1500 d.C., erano fermi all’età della pietra.
Questa osservazione suona quasi come un assurdo perché parliamo di popolazioni che erano state capaci di costruire città, elaborare un calendario complesso e preciso, conoscevano la matematica ed anche il valore dello zero, avevano profonde conoscenze astronomiche ed anche sulla precessione degli equinozi.
Ancora troppo poco conosciamo della storia di questi popoli, ma ci fa sempre più pressante l’idea che una so successive catastrofi ambientali (e forse anche un “diluvio”) avevano determinato la semidistruzione di antichi abitanti che avevano lasciato importanti tracce per le quali i popoli in via di ricomposizione utilizzavano conoscenze che non erano loro del tutto proprie.
Se questo sia vero o no, non cambia tuttavia il modello dello sviluppo sociale mesoamericano (soprattutto se si prende in esame l’area dell’altopiano centrale, cioè quella riferita all’attuale Città del Messico). Friederich Katz fa riferimento alle tre fasi di sviluppo (classica, post-classica e storica) riportandole ad altrettanti caratteristiche dell’organizzazione sociale: dominio delle comunità dei villaggi; casta sacerdotale; casta militare.
Come unità territoriale e progressivo sviluppo potremmo far riferimento a: 1) comunità di villaggio; 2) città-stato; 3) grande impero.
Questo modello schematico è applicabile allo sviluppo delle civiltà del continente europeo e medio-orientale, per altro lato non è del tutto utilizzabile nell’area mesoamericana nella quale le potenzialità di dominio si sono trasferite sempre più nelle mani dell’organizzazione sacerdotale che è diventata sempre più asfissiante per le pratiche di penitenze e di sacrifici umani che, con l’offerta del sangue, permettevano un ideale “rapporto personale con le divinità”.
Tali considerazioni portano all’inevitabile osservazione sul diverso sviluppo sociale-culturale-scientifico-umanistico-spirituale tra l’area europea e quella mesoamericana.
§ Nell’area europea, a partire dai 35.000 anni prima di Cristo, si organizza una società, sul tipo di quella micenea, che in un periodo lunghissimo permette una “integrazione sociale comunitaria”, rispettosa delle diversità anche di genere, senza una precisa “casta dominante”, che ha permesso uno straordinario sviluppo scientifico e socio-culturale. Facciamo riferimento:
- nell’agricoltura, all’aratro, all’uso degli animali domestici per il lavoro e per il trasporto su ruota, alle imponenti strutture di irrigazione, alla produzione intensiva e all’allevamento del bestiame che hanno portato ad un surplus di derrate alimentari;
- nello sviluppo delle scienze metallurgiche, astronomiche e mediche, ma anche delle applicazioni tecniche che hanno portato alla crescita della metallurgia per creare utensili sempre più raffinati che, partendo dalla ruota, hanno facilitato lo sviluppo commerciale e l’intercambio di conoscenze teorico-applicative.
- Una seconda fase evolutiva è quella delle invasioni barbariche che hanno portato all’uso improprio della metallurgia e, quindi, alla costruzione di armi di rame, di bronzo e di ferro ed anche alla costituzione di società che richiedevano un “capo”, un dominatore e quindi una casta di “padroni”. Questi invasori, disumani e brutali, seguono un modello di vita in cui diventa normale l’uccisione di altri esseri umani, la distruzione ed il saccheggio degli averi, l’asservimento e lo sfruttamento delle persone. Il loro passaggio porta la morte dei maschi ed il ratto delle ragazze fatte schiave e concubine. La violenta degradazione della figura femminile si accompagna alla distruzione degli dei, lari e sociali, a significare che i vinti hanno perduto i loro”dei protettori”, sostituiti dalle armi dei potenti padroni.
- Una terza fase porta allo sviluppo delle città fortificate, alla costruzione di macchine da guerra che accompagnano eserciti sempre più potenti, il dominio della casta governante con il sovvertimento di una società omogenea e paritaria che lascia il posto al più forte ed alla “parte maschile”, guerriera e violenta, che trova gioco facile nell’alleanza con le caste sacerdotali (che attuano l’investitura del capo).
- In questo modello non manca lo sviluppo dell’arte in tutte le sue manifestazioni (dalla pittura-scultura, sino alla musica ed alla moda, ecc.), delle scienze umanistiche ed applicative (vedi l’esempio di Leonardo), delle comunicazioni e degli scambi commerciali, politici e sociali.
§ Nell’area mesoamericana, tutto questo non si verifica, proprio perché l’asfissiante paternalismo e lo strapotere del maschi portano ad una società dominata dalla paura, dalla colpa, dalla sottomissione più totale. Lo sviluppo scientifico-applicativo resta abortito, tanto che non si arriva alla “conoscenza della ruota”, l’agricoltura resta primitivo (si continua ad usare la zappa mentre l’aratro non si conosce) anche perché non si utilizzano gli animali domestici per il lavoro ed il trasporto (in queste aree geografiche non c’era né la vacca né il cavallo) neppure con camelidi (come è avvenuto nel Perù con gli Incas). Il surplus di produzione agricola avviene solo attraverso il grande rendimento di una terra straordinariamente fertile, incoraggiando i contadini ad applicazioni nelle grandi costruzioni istituzionali e religiose.
Da queste considerazioni possiamo trarre la conclusione che:
- mentre i popoli mesoamericani si sviluppavano come agricoltori sedentari in una società fortemente patriarcale dominata dalle violenze tribali (conosciuto era anche il fenomeno del banditismo utilizzato anche per rapire le persone destinate ai sacrifici religiosi);
- le popolazione dell’area europea, medio orientale e dell’africa settentrionale erano stati primitivamente dei cacciatori e, solo in un secondo tempo, svilupparono l’agricoltura e l’allevamento del bestiame.
Questo ci sembra fondamentale proprio per la possibilità che ha avuto la donna europea di sviluppare le arti agricole e dell’allevamento in un ambito familiare e con la collaborazione dei figli, incidendo fortemente nello sviluppo scientifico e organizzativo.
Solo in un secondo tempo i maschi hanno abbandonato le lunghe trasferte di caccia (che sicuramente duravano parecchi mesi), accettando i vantaggi della vita sedentaria che permetteva apportare ulteriori vie di sviluppo sulla base delle conoscenze, ampie e profonde, che la caccia aveva sicuramente insegnato loro.
Possiamo scoprire questa verità nell’ambito della “cultura minoica” che, 15.000 anni prima di Cristo, ha portato allo sviluppo di una società scientificamente molto progredita (scoperta del rame e del bronzo oltre che delle tecniche per la ceramica, la lavorazione dell’oro e delle pietre preziose, ecc.), ma anche a organizzare una società equilibrata, diretta sostanzialmente sui principi di uguaglianza e di compartecipazione, con un alto senso del valore della donna che veniva rispettata, amata e . coperta di monili e di doni.
Potremmo anche pensare che nelle aree mesoamericane la combinazione di struttura agricolo-raccoglitrice con il patriarcato ha portato alla costituzione di una società sempre rivolta su se stessa, mai aperta all’innovazione.
Questa situazione ha portato ad una società dominata dal poter e dalla violenza, da lotte interne e dalla necessità di mantenere una casta di guerrieri per difendersi dalle continue e pressanti invasioni di popoli ancora più primitivi.
È proprio da questa situazione di instabilità e di precarietà che i popoli si sono offerti e abbandonati nelle braccia delle “idee religiose” per le quali l’unica possibilità di sussistenza era quella di affidarsi alla benevolenza degli Dei acquisita con pesantissime pratiche di sacrifici umani e di offerte di sangue procurato uccidendo nemici ed animali, ma anche attraverso i salassi rituali.
Queste regole, divenute tradizionali, hanno portato a bloccare lo sviluppo sociale, scientifico ed umanistico, anche perché l’ossessiva necessità di “nascondere, per difenderli dai nemici, i loro dei protettori che si moltiplicavano anche solo cambiando di nome e fattezze” ha portato ad abbandonare città fiorenti per ricominciare sempre tutto da capo.
Questa visione delle cose si scontra con l’indiscutibile sviluppo delle scienze astronomiche e delle capacità di realizzare opere di ingegneria civile di un livello strutturale veramente straordinario.
La conoscenza era, tra i popoli Maya, strettamente e fortemente nelle mani dei sacerdoti che, avendo assunto anche il ruolo di penitenzieri e di sacrificatori, con le mani intrise di sangue, si presentavano come gli unici interlocutori degli Dei. Nel “Popol Vhu”si trova ben descritta questa regola per la quale i sacrificatori, mentre versavano il sangue delle vittime sulle pietre sacre dove erano “racchiusi” gli dei, ne ascoltavano la voce, le parole che davano le regole, gli ordini, le linee per il comportamento di tutto il popolo.
- Da queste considerazioni si può dedurre che nella storia universale lo sviluppo scientifico, sociale, umanistico e culturale si è strutturato positivamente in società che sono state capaci di fondare la loro organizzazione su: rispetto di tutti senza prevaricazioni di genere;
- superamento dell’esoterismo in favore di una conoscenza aperta a tutti, cioè esoterica e capace di accettare una evoluzione dei principi fondamentali;
- organizzazione di una “scienza dell’uomo” capace di accettare le potenzialità intrinseche di crescere e di sviluppare la “ragione”, ma anche gli affetti;
- fondare le relazioni umane sui principi della libertà, delle pari opportunità, del rispetto della vita e dei diritti di ogni individuo.
Se prendiamo in considerazione tali fondamenti evolutivi e creativi, possiamo vedere anche quanto rapidamente siano state superate le “epoche buie”, proprio perché anche nei momenti più difficili, disastrosi e distruttivi, il fondamento di un “messaggio d’amore” è stato quanto mai essenziale per superare le difficoltà e riprendere il cammino del rinnovamento che si traduce nell’immagine concettuale di un “Nuovo Rinascimento”.
Considerazioni sullo stato attuale dello sviluppo.
Nella considerazione delle possibilità che si instauri un Nuovo Rinascimento, la situazione attuale come può essere collegata con il background culturale, umanistico, politico e sociale che, proprio per le sue caratteristiche peculiari ha portato al Rinascimento? Il fenomeno rinascimentale, come sottolinea anche lo storico tedesco Jacob Burkhardt, è stato del tutto italiano o, addirittura, di alcune Corti Italiane: Firenze con i Medici, Mantova con i Gonzaga, Urbino con i Montefeltro, Ferrara con gli Estensi, Milano con i Visconti e con gli Sforza e, più tardi (quando finì il periodo avignonese) Roma con la Corte Papale.
Per capirci senza equivoci, cerchiamo di riassumere.
Il Rinascimento significa:
1) la fine del periodo gotico-medioevale che
§ nell’arte significò l’appiattimento su un piano verticale, in una visione antinaturalistica e l’assenza di chiaroscuro;
§ in politica il dominio dell’Impero e del Papato come retaggio dell’esperienza della Roma imperiale;
§ nel sociale, una sottomissione schiacciante del papato al potere imperiale;
§ nella religione, una impregnazione del divino in ogni espressione e propensione dell’uomo, del cittadino, del soggetto;
2) un profondo mutamento in campo letterario e sociale, con la strutturazione di un umanesimo (da “humanae litterae”) che investe di “cultura” non solo i letterati, ma tutti coloro che si applicavano alle scienze e, soprattutto, alle arti (prima gli artisti erano bravi artigiani che non si occupavano di studi);
3) la cultura umanistica si sviluppa tra un numero limitato di personaggi che per lo più guidano lo sviluppo della conoscenza nelle Corti principesche. L’intuizione rinascimentale sorge però in un ambito ancora più ristretto: “la Corte dei Medici” a Firenze;
4) da Firenze, la “nuova cultura” si diffonde rapidamente a tutta l’Europa;
5) non vanno dimenticate le influenze che hanno fatto superare il gotico nelle arti e nella cultura. Ricordiamo Dante che riprende e dà impulso ai principi insiti nel “Roman de la Rose” creando il “Dolce Stil Novo” che dà nuovo spessore e dimensione creatrice alla donna, alla “signora” simbolo di Saggezza;
6) queste spinte innovatrici vengono forse dall’esperienza dei Templari che, dominato il mondo della finanza e del commercio, danno anche una spinta rinnovatrice alla cultura, alle arti, dell’architettura, alla dimensione dominante dell’uomo.
Il Rinascimento è dunque l’espressione del pensiero di pochi che sanno leggere nella situazione indotta dalla Cultura dei Templari e sicuramente anche dalle ideologie indotte dalla scoperta dell’America, i contenuti fondamentali per un rinnovamento epocale.
Questo si basa su:
il concetto antropocentrico che pone l’Uomo nel baricentro del mondo (geografico, storico, culturale), con la capacità per liberarsi dalle remore e dalle oppressioni teologiche;
l’uomo diventa il fulcro della cultura per la sua capacità di utilizzare gli insegnamenti della cultura classica nel campo estetico (ritorno al “bello” che è legato alle “divine proporzioni”), ma anche etico, sociale e culturale, per creare una civiltà a “misura d’uomo” nei termine del eclettismo ma anche del individualismo;
la filosofia rinascimentale si fonda sull’idea che i pochi creano un individualismo che sostiene un profondo eclettismo che però non abbandona le arti, ma, al contrario, proprio attraverso le arti lancia le basi di una “conoscenza”, di un “sapere” che, oltre ad essere personale, è anche esoterico, nel senso etimologico della parola (di pochi, nascosto, personalistico), che però non vuole assumere aspetti anti-cattolici proprio perché nella dimensione comunitaria e universalista trova il suo vero scopo, le basi per uno sviluppo che inevitabilmente è evoluzione.
Tutto questo giustifica la lettura dello sviluppo dell’organizzazione socio-culturale in un ambito che crea le radici della violenza, del predominio dell’assoggettamento e della guerra nella “cultura patriarcale”.
Patriarcato inteso quindi come forma di organizzazione sociale, economica, politica ed anche culturale ed umanistica, per la quale il “vero potere” è nelle mani di “pochi uomini” che stabiliscono il diritto-dovere di tracciare le linee-guida del giusto, del vero, del santo, del bello sfruttando anche le imposizioni di una retorica razionalista che, dal tempo della Grecia classica, attraverso l’illuminismo ed il razionalismo, ha esautorato il mondo affettivo e la parte forse più importante del cervello umano.
In questo processo le donne hanno pagato lo scotto della loro “… predisposizione naturale e ormonale” per una vita do solidarietà, di comprensione e di gentilezza, finendo ad essere relegate nella “sfera dell’irrilevante”.
Da tempo filosofi, scienziati, psicologi, pedagogisti parlano di quel “… meraviglioso strumento che è la mente umana che sicuramente sa trovare l’occorrente per immaginare e ripristinare le forme più propizie per creare un mondo migliore e decisamente … vivibile”.
Questi tentativi verbali lasciano però il tempo che trovano dal momento che non si tratta di cercare il “nuovo” utilizzando gli strumenti di sempre. È evidente che bisogna utilizzare quelle vie e quelle strategie che, sulla base delle più moderne ricerche neuroscientifiche, si stanno profilando per sostenere una straordinaria rivoluzione culturale e umanistica.
Da quasi venti anni stiamo parlando di “timologia” (scienza dei valori e degli affetti) e più recentemente di “scienze affettive” che rispettano la organizzazione triadica cerebrale (ben diversa dalla cosiddetta “organizzazione triadica della mente” che individua: emozioni, cognizioni e volizioni) che, nel cervello umano ha individuato:
- la struttura che organizza le emozioni = il lobo limbico;
- l’organizzazione funzionale degli affetti = nella corteccia frontale e prefrontale;
- l’organizzazione cognitiva = che implica una complessa integrazione di tutte le strutture cerebrali, corticali e sottocorticali.
L’organizzazione triadica del cervello ha portato a individuare il momento (si parla di migliaia di anni) in cui si è strutturata quella “rivoluzione culturale del neolitico” che, sulla base dell’evoluzione funzionale e strutturale delle aree cerebrali (frontalizzazione) ha portato all’Homo-sapiens-sapiens ed alla nascita delle basi culturali della straordinaria “cultura miocenica”.
Oggi sappiamo che si tratta della corteccia cerebrale frontale e pre-frontale, dei neuroni a specchio e dello sviluppo della “intelligenza affettiva”. Proprio da queste nuove conoscenze bisogna partire, tenendo in conto che non si tratta di “curare”, ma di predisporre una azione forte e profonda che ha un valore preponderante di “prevenzione”.
È difficile pensare di poter cambiare i circuiti cerebrali di vecchi-saggi che fondamentano il loro sapere nella ragione, nella presunzione di possedere “la verità” , relegando nel “nulla” la verità degli altri e di qualsiasi “Altro”.
Ci sono voluti secoli e secoli di studi per arrivare a scoprire le differenze tra emozioni ed affetti; né Cartesio né Freud erano arrivati a concepire un Uomo integrato in tre livelli anatomici e funzionali e non sembra proprio opportuno tentare nuovamente un cammino tanto lungo basato sull’insegnamento.
La prospettiva veramente rivoluzionaria sta nel prevedere una azione “formativa” agita sui bambini, nelle primissime tappe dello sviluppo, accumulando l’azione di tutti i caregiver che sono responsabili della loro crescita e del loro sviluppo.
Naturalmente questo lavoro è veramente colossale e si basa soprattutto sulla riscoperta dei ruoli fondamentali dei genitori, di entrambi i genitori in quanto il bambino deve poter identificarsi sia nella madre che nel padre e apprendere dalla madre l’amore fisico, sensoriale, istintivo ed intuitivo, mentre spetta al padre condurre il bambino alla scoperta di quel “amore sociale” che richiede prima di tutto la formazione della funzione “Nome del Padre” ed in un tempo successivo l’organizzazione del “Io-Ideale” (che Kohut ha chiamato Sé) capace di contenere le forze negative e distruttive del “Padre Arcaico” che viene anche definito come “Ideale del Super-Io”.
Le dinamiche dello sviluppo psico-mentale, in una visione neuroscientifica moderna, tengono conto delle componenti affettive che non si riferiscono solamente all’erotismo sentimentale, ma soprattutto a quelle logiche sociali e relazionali che, dal rinascimento ci vengono tramandate come saggezza, specifiche della Sophia, di quella “donna-signora” cioè che rappresenta una sintesi, una dimensione complessa e globale che, inoltre, si va sviluppando continuamente ed in forma profonda (illustrazione: “amor sacro, amor-profano” di Botticelli).
In un precedente lavoro abbiamo anche sottolineato come paradigmatico uno straordinario disegno dell’impareggiabile Pablo Picasso che, nella sua infinita capacità di cercare significati e di trovare modelli rappresentativi, ci ha donato
Cercando il “senso profondo dell’Uomo” scopriamo un costante ritorno a Socrate che si domandava su cosa siamo; da dove veniamo e verso dove andiamo.
Naturalmente ci scontriamo con i temi relativi al pensiero, alla verità ed al significato dell’essere che portano Lévinas a scoprire che la verità è “l’incontro con il volto dell’Altro che ci interroga”.
Se per Lacan l’occhio dell’Altro è il “luogo dove scoprire la verità di noi stessi”, a Lévinas interessano le parole dell’Altro “… tu non mi ucciderai … per il patto indissolubile che ti farebbe responsabile della mia morte”.
Picasso, in una sua straordinaria illustrazione, ci pone di fronte a tutte queste domande accendendo la luce del pensiero, segnalando la forza violenta dell’essere, la prevaricazione sessuale, ma anche la tenerezza di uno sguardo pieno di “desiderio”.
Nell’immagine di Pablo Picasso, c’è tutta la complessità dell’individuo che crea il paradigma della sua soggettività di fronte al senso di esistere, al senso di Sé, di essere nel mondo con le sue spinte prevaricatrici e distruttive, con il suo pensiero illuminante, ma anche con quel “retrobottega” descritto da Michel de Montaigne, pieno di conflitti, di mostri, di certezze, di debolezze ed anche di “amici”.
Il filosofo Fichte sosteneva che all’inizio non siamo nulla e poi diventiamo ciò che progettiamo di essere (anche “mostri”? si chiede Sartre), costruendo un Io-Ideale (Lacan). In questo cammino ideale, c’è il pericolo di rimodellarsi secondo il paradigma dell’essere e dell’essere unico, immobile, immodificabile, “soltanto uomo” come dice Montagne.
L’uomo “essere” che è “potenza”, cosa diventerebbe, però, se gli tagliassimo il “telos” di Aristotele o le “dinamiche timologiche” della psicologia d’oggi?
Picasso, con la sua complessa rappresentazione, giunge però a spiegare che l’uomo con la potenza della sua luce intellettiva (candela), può superare e contenere la forza della sua indole distruttiva (il bisonte) ed anche l’intraprendenza della sua sessualità, ma questo proprio perché trova l’Altra-da- Sé (la compagna), quella dimensione-donna che è “pace”, ma anche “Sophia”, quindi “saggezza”, perspicacia, capacità di contenere le furibonde spericolatezze dell’Eroe.
CONCLUSIONI
L’analisi antropologica della storia etico-sociale della terra mesoamericana ed in special modo degli Dei tra i quali, soprattutto. “Itzpapàlotl” o ”Quetzal papalotl” (Dio Farfalla), ci hanno portato a considerare per l’ennesima volta quanto sia fragile la struttura psico-mentale dell’Uomo.
Forse però questi studi dimostrano chiaramente che non si tratta di debolezza della struttura cognitiva della mente, quanto invece di quella psico-affettiva.
La debolezza psichica dell’Uomo deriva dalle difficoltà relazionali che influenzano negativamente le prime tappe dello sviluppo di un cervello che alla nascita non è ancora del tutto maturo e che condizionano l’organizzazione neurofunzionali, oltre che quella dei neurotrasmettitori e degli ormoni sessuali.
Da questo si desume che la struttura culturale dell’ambito familiare e sociale è fondamentale per condizionare le dinamiche personologiche di un individuo, ma anche di un gruppo o di una società determinata.
Potremmo dire che, nell’ambito dell’area europea e medio-orientale, migliaia di anni (dai 35.000 ai 200.000 a.C.) in cui l’uomo ha vissuto di caccia, hanno determinato una organizzazione psico-mentale decisamente primitiva (“l’orda primitiva” di Freud), che non richiedeva una raffinata capacità di intesa relazionale quando invece era importante sviluppare capacità di coordinamento senso-motorio, di apprendimento deduttivo per comprendere le informazioni inviate dall’ambito naturale e dagli animali stessi, oltre che dalla necessità di migliorare continuamente gli utensili per colpire da lontano, per uccidere e per scuoiare.
In questo periodo, però, si è vieppiù sviluppato nella donna un cervello capace di elaborare le informazioni relazionali con i figli e con le “femmine” rimaste a “casa” mentre i maschi cacciavano in lande lontane per periodi anche lunghi.
Queste modificazioni funzionali e strutturali hanno portato alle differenze di genere che oggi troviamo tra le donne ed i maschi e che facciamo riferire a differente predominio dell’emisfero cerebrale destro (affettivo) rispetto a quello di sinistra (elaborativi-deduttivo).
È interessante ricordare che le diversità di genere sono già evidenti a partire dal 10-18-esimo mese di vita e che inoltre è influenzato dalla predominanza dell’invasione ormonale degli estrogeni e del testosterone.
Risulta pertanto evidente che le differenze culturali imposte nelle aree europee, rispetto a quelle mesoamericane, hanno portato “due strutture neuro-funzionali cerebrali” del tutto differenti, per le quali:
- In Europa, la predominanza culturale femminile ha portato a strutturare (tra i 20.000 ed i 15.000 anni a.C.) una società decisamente solidale, integrata, scevra di modelli di potere dominante, rispettosa della vita dei figli, libera da “paure”, relazionata con Dei miti e propensi ad aiutare gli uomini.
In questa società si è andato imponendo lo sviluppo scientifico (metallurgia, allevamento, irrigazione, agricoltura intensiva, trasporto su ruota, abitudini a cavalcare, alimentazione anche animale, ecc.ecc.)al quale partecipavano tutti (exoterismo culturale), anche i figli e, naturalmente, le donne che ne erano state la spinta iniziale.
Solo in secondo tempo (tra i 15.000 ed i 5.000 anni a.C.) si sono presentate le invasioni barbariche (con il relativo furto delle scienze, applicate poi nella fabbricazione delle armi) e le conseguenti reazioni che hanno portato al rafforzamento delle difese, alla costituzione di eserciti sempre più avanzati tecnologicamente ed alla formazione di caste di guerrieri, di amministratori e di comandanti.
- Nel Mesoamerica la predominanza culturale maschile ha indotto un “feroce maschilismo patriarcale” che ha portato alla organizzazione di caste ben definite di soldati, ma anche di sacerdoti che sono stati capaci di assumersi un potere totale, sviluppando le filosofie teologiche della penitenza, dell’offerta, del sacrificio anche del proprio sangue e della vita.
Questo ha indotto una forte valorizzazione della figura umana e, soprattutto, della donna che è stata relegata a funzioni subalterne e dipendenti, anche con il fenomeno della prostituzione e del concubinaggio tra le vedove che non trovavano nessuna forma di sostentamento sicuro per sé e per i propri figli.
In questa società predominava la paura e l’insicurezza personale e familiare che, a loro volta, influivano negativamente sullo sviluppo psico-affettivo e psico-mentale dei bambini, ma anche di tutta la popolazione.
L’arretratezza culturale e scientifica era in enorme contrasto con la “sapienza” dei sacerdoti che dominavano l’astronomia, grazie ai saperi tramandati e strettamente riservati, oltre che il diritto a parlare direttamente e personalmente con gli Dei che venivano utilizzati per intimorire, ma soprattutto per sottomettere indiscriminatamente tutta la popolazione alle loro direttive ed ai loro desideri.
Fatta questa differenziazione che ci porta a comprendere molto di tutto quanto è successo in Mesoamerica con la scoperta (1492) e con la “conquista”, possiamo cercare di approfondire la “storia della mente” nelle regioni europee e medio-orientali.
A partire dalla costituzione della “città” è andato sempre più sviluppandosi, nella struttura amministrativa e sociale, un predominio di genere: il maschilismo.
Il dominio spesso asfissiante dell’uomo sulla donna è stato determinato anche dai preconcetti legati da un lato alla casta sacerdotale dominante (fondata, nell’area cristiana, sulla mascolinità della Trinità –Padre, Figlio, Spirito Santo), ma anche e soprattutto su una presunta superiorità intellettuale-razionale che quasi esautora la figura femminile che con il “cogito ergo sum” cartesiano veniva relegata alle sue “pratiche e tendenze emotive” del tutto svalorizzate e causa di perdita di controllo.
Oggi, sull’onda delle ricerche neuroscientifiche che hanno dato valore ad una presunta “intelligenza emotiva”, si sono sviluppate tendenze riformiste che fanno capo alle teorie ed alla filosofia di Spinosa.
Questo non è del tutto positivo perché lo straordinario filosofo olandese non propone nulla di nuovo, proprio perché anche lui preconizza una “superiorità della ragione” che è pur sempre “divina” e, soprattutto, nel suo tanto decantato ”Trattato Teologico-politico” parla di “individui” declinati al maschile e mai al femminile.
Anche Freud, che pure aveva rivalorizzato il “mondo emotivo”, ha in realtà organizzato tutto il suo pensiero sulla predominanza della ragione, della coscienza e dell’uomo maschio (vedi il presunto “desiderio del pene”).
Da una quindicina d’anni, stiamo parlando di “timologia” (la scienza dei valori e degli affetti) che si basa sulla concezione neuroscientifica del “cervello triadico” che si organizza sui fondamenti delle emozioni (cervello limbico), degli affetti (corteccia cerebrale anteriore) e delle capacità cognitive (analitico-deduttive) che rispondono ad una ampia integrazione delle strutture cortico-sottocorticali e dei sistemi percettivi.
Queste osservazioni hanno portato a modificare sostanzialmente i valori fondanti dell’organizzazione della mente, considerando lo sviluppo psico-mentale e psico-affettivo sulle basi della relazione interpersonale, delle esperienze personali e, soprattutto, dei vissuti più intimi e dell’inconscio.
Tale visione ermeneutica della funzionalità del cervello e della mente ha portato a ridisegnare la psicologia, la psichiatria, la psicoanalisi e le dinamiche dello sviluppo sulla base dell’importanza fondamentale degli affetti e dei valori (“timologia”) che propongono una logica dei ruoli dei genitori e della famiglia con una totale e fondamentale ri-valutazione della figure della donna come compagna- sposa- madre.
Oggi parliamo tanto di “Nuovo Rinascimento”, ma è del tutto certo che le basi fondanti per questo “cambiamento” si trovano nell’organizzazione sociale, nelle dinamiche relazionali, nella formazione di una società rispettosa dei diritti individuali di tutti i cittadini, delle pari opportunità e controllata dalle logiche dell’uguaglianza, della libertà, del rispetto dell’ambente, ma, soprattutto sulla concezione superiore del valore dell’Uomo come controllore rispettoso della natura e come “essere unico” capace di cercare continuamente lo sviluppo ed il miglioramento sulla base di potenzialità che permettono una fondamentale evoluzione fisica-psichica-spirituale e trascendente.
Romeo Lucioni – Leticia Lucioni
Seppure oggi si insista su possibili contatti precolombiani fra le culture mesoamericane e quelle europee e asiatiche, non si hanno dati certi per poter pensare ad un’area geografica nella quale si siano sviluppate autonomamente culture tanto importanti da giungere alla fondazione di città maestose, ricche e poderose, che inoltre contavano con un enorme popolazione. Basta far riferimento al fatto che Teotihuacan nel momento di massimo splendore contava con 200.000 abitanti, esattamente come la Roma imperiale, mentre Tenochtitlan ne aveva 1.000.000, e ci rendiamo subito conto dell’importanza di quelle espressioni umane, sociali ed antropologiche.
Prendiamo in considerazione che:
- la struttura socio-culturale ha favorito abituali invasioni barbariche, guerre tribali ed anche di invasione che venivano dal Guatemala e dal Costa Rica, oppure dal Messico e dall’Arizona.
- La sottomissione alle forze della natura ha portato a creare un vero “stato di panico collettivo” e la conseguente necessità riparativa per la quale agli “Dei arrabbiati” bisognava offrire sacrifici umani , di cuori palpitanti e di una notevole quantità di sangue fresco che veniva raccolto dai “penitenzieri” con “salassi sacri” fatti dalle orecchie, dai gomiti, dai genitali.
- Le invasioni portavano a continui cambiamenti culturali anche profondi e, da questi, la necessità di nascondere i propri Dei-Protettori ed anche i Dei-Lari (della famiglia)
- Le popolazioni mesoamericane si dedicavano prevalentemente all’agricoltura ed alla raccolta, anche perché il loro Dio Quetzalcòatl, “il Re Pastore”, nella sua bontà, aveva invitato i suoi sudditi a nutrirsi dei prodotti della terra, risparmiando la vita degli animali. La loro dieta era per lo più vegetariana, con il mais come cibo di base, insieme a: zucca, fagioli, pomodori, peperoni, cipolle, cuye, chia (salvia selvatica), cacao, manioca, pepe, muguey, una agave da cui si ricava il pulque. Non vanno dimenticate anche la patata e la papa (patata dolce) che potevano essere usate per produrre il chuñu che poteva essere conservato per lungo tempo.
- La caccia era usata per procurare carne per le famiglie altolocate, senza dimenticare che gli uccelli ed i cervi che venivano presi o uccisi erano riservati come “… dono per gli Dei”, ai quali veniva offerto il loro sangue, versato sulle pietre sacre.
- Nel Popol Vhu viene ricordato come il popolo si nutriva di tafani, vespe, api e altri piccoli animali.
Con tutto questo, i Maya si consideravano abitanti di una specie di “paradiso-terrestre” anche se inseriti in una struttura sociale fortemente e rigidamente patriarcale, dove la donna si dedicava alla casa, dando anche un aiuto agli uomini per affrontare le necessità agricole.
L’ambito subtropicale causava la frequente comparsa di cataclismi e fenomeni naturali disastrosi, tanto che venivano ricordati eventi nei quali “… el cielo se cayò sobre la tierra!”
Il territorio mesoamericano dove si sono sviluppate diverse “civiltà” (tra le quali vengono maggiormente ricordate quelle: Tolteca, Olmeca, Maya, Nahua, Zapateca, Teotihuacana, Mixteco-Cholulteca, Mexica e la Chichimeca) era per lo più coperto da foreste rigogliose che però impedivano lo sviluppo organizzato delle comunicazioni e della caccia proprio per questo si sono sviluppate delle “città stato” che spesso hanno anche acquisito dimensioni enormi.
La cultura e l’antropologia moderne sono d’accordo nel ritenere che:
- una società fortemente patriarcale è pregiudiziale per lo sviluppo e per la crescita;
- i principi che sostengono una visione teologica che genera tensioni e paure, portano ad una “costruzione relazionale” che uccide l’amore, visto come espressione di solidarietà e di generosità;
- solo una logica integrativa e, quindi, un legame fondato sull’uguaglianza tra i generi porta ad una struttura socio-culturale favorevole per lo sviluppo e per l’evoluzione sociale, culturale, umanistica, scientifica e conoscitiva.
Sulla base di questi fondamenti possiamo allora ben dire che la loro mancanza o il loro deficit nella cultura mesoamericana, caratteristica delle popolazioni Maya, possono essere considerate come la causa preponderante del ritardo della loro evoluzione a tal punto che diventa giustificata l’asserzione per la quale i popoli mesoamericani, anche nel periodo che va dal 1000 al 1500 d.C., erano fermi all’età della pietra.
Questa osservazione suona quasi come un assurdo perché parliamo di popolazioni che erano state capaci di costruire città, elaborare un calendario complesso e preciso, conoscevano la matematica ed anche il valore dello zero, avevano profonde conoscenze astronomiche ed anche sulla precessione degli equinozi.
Ancora troppo poco conosciamo della storia di questi popoli, ma ci fa sempre più pressante l’idea che una so successive catastrofi ambientali (e forse anche un “diluvio”) avevano determinato la semidistruzione di antichi abitanti che avevano lasciato importanti tracce per le quali i popoli in via di ricomposizione utilizzavano conoscenze che non erano loro del tutto proprie.
Se questo sia vero o no, non cambia tuttavia il modello dello sviluppo sociale mesoamericano (soprattutto se si prende in esame l’area dell’altopiano centrale, cioè quella riferita all’attuale Città del Messico). Friederich Katz fa riferimento alle tre fasi di sviluppo (classica, post-classica e storica) riportandole ad altrettanti caratteristiche dell’organizzazione sociale: dominio delle comunità dei villaggi; casta sacerdotale; casta militare.
Come unità territoriale e progressivo sviluppo potremmo far riferimento a: 1) comunità di villaggio; 2) città-stato; 3) grande impero.
Questo modello schematico è applicabile allo sviluppo delle civiltà del continente europeo e medio-orientale, per altro lato non è del tutto utilizzabile nell’area mesoamericana nella quale le potenzialità di dominio si sono trasferite sempre più nelle mani dell’organizzazione sacerdotale che è diventata sempre più asfissiante per le pratiche di penitenze e di sacrifici umani che, con l’offerta del sangue, permettevano un ideale “rapporto personale con le divinità”.
Tali considerazioni portano all’inevitabile osservazione sul diverso sviluppo sociale-culturale-scientifico-umanistico-spirituale tra l’area europea e quella mesoamericana.
§ Nell’area europea, a partire dai 35.000 anni prima di Cristo, si organizza una società, sul tipo di quella micenea, che in un periodo lunghissimo permette una “integrazione sociale comunitaria”, rispettosa delle diversità anche di genere, senza una precisa “casta dominante”, che ha permesso uno straordinario sviluppo scientifico e socio-culturale. Facciamo riferimento:
- nell’agricoltura, all’aratro, all’uso degli animali domestici per il lavoro e per il trasporto su ruota, alle imponenti strutture di irrigazione, alla produzione intensiva e all’allevamento del bestiame che hanno portato ad un surplus di derrate alimentari;
- nello sviluppo delle scienze metallurgiche, astronomiche e mediche, ma anche delle applicazioni tecniche che hanno portato alla crescita della metallurgia per creare utensili sempre più raffinati che, partendo dalla ruota, hanno facilitato lo sviluppo commerciale e l’intercambio di conoscenze teorico-applicative.
- Una seconda fase evolutiva è quella delle invasioni barbariche che hanno portato all’uso improprio della metallurgia e, quindi, alla costruzione di armi di rame, di bronzo e di ferro ed anche alla costituzione di società che richiedevano un “capo”, un dominatore e quindi una casta di “padroni”. Questi invasori, disumani e brutali, seguono un modello di vita in cui diventa normale l’uccisione di altri esseri umani, la distruzione ed il saccheggio degli averi, l’asservimento e lo sfruttamento delle persone. Il loro passaggio porta la morte dei maschi ed il ratto delle ragazze fatte schiave e concubine. La violenta degradazione della figura femminile si accompagna alla distruzione degli dei, lari e sociali, a significare che i vinti hanno perduto i loro”dei protettori”, sostituiti dalle armi dei potenti padroni.
- Una terza fase porta allo sviluppo delle città fortificate, alla costruzione di macchine da guerra che accompagnano eserciti sempre più potenti, il dominio della casta governante con il sovvertimento di una società omogenea e paritaria che lascia il posto al più forte ed alla “parte maschile”, guerriera e violenta, che trova gioco facile nell’alleanza con le caste sacerdotali (che attuano l’investitura del capo).
- In questo modello non manca lo sviluppo dell’arte in tutte le sue manifestazioni (dalla pittura-scultura, sino alla musica ed alla moda, ecc.), delle scienze umanistiche ed applicative (vedi l’esempio di Leonardo), delle comunicazioni e degli scambi commerciali, politici e sociali.
§ Nell’area mesoamericana, tutto questo non si verifica, proprio perché l’asfissiante paternalismo e lo strapotere del maschi portano ad una società dominata dalla paura, dalla colpa, dalla sottomissione più totale. Lo sviluppo scientifico-applicativo resta abortito, tanto che non si arriva alla “conoscenza della ruota”, l’agricoltura resta primitivo (si continua ad usare la zappa mentre l’aratro non si conosce) anche perché non si utilizzano gli animali domestici per il lavoro ed il trasporto (in queste aree geografiche non c’era né la vacca né il cavallo) neppure con camelidi (come è avvenuto nel Perù con gli Incas). Il surplus di produzione agricola avviene solo attraverso il grande rendimento di una terra straordinariamente fertile, incoraggiando i contadini ad applicazioni nelle grandi costruzioni istituzionali e religiose.
Da queste considerazioni possiamo trarre la conclusione che:
- mentre i popoli mesoamericani si sviluppavano come agricoltori sedentari in una società fortemente patriarcale dominata dalle violenze tribali (conosciuto era anche il fenomeno del banditismo utilizzato anche per rapire le persone destinate ai sacrifici religiosi);
- le popolazione dell’area europea, medio orientale e dell’africa settentrionale erano stati primitivamente dei cacciatori e, solo in un secondo tempo, svilupparono l’agricoltura e l’allevamento del bestiame.
Questo ci sembra fondamentale proprio per la possibilità che ha avuto la donna europea di sviluppare le arti agricole e dell’allevamento in un ambito familiare e con la collaborazione dei figli, incidendo fortemente nello sviluppo scientifico e organizzativo.
Solo in un secondo tempo i maschi hanno abbandonato le lunghe trasferte di caccia (che sicuramente duravano parecchi mesi), accettando i vantaggi della vita sedentaria che permetteva apportare ulteriori vie di sviluppo sulla base delle conoscenze, ampie e profonde, che la caccia aveva sicuramente insegnato loro.
Possiamo scoprire questa verità nell’ambito della “cultura minoica” che, 15.000 anni prima di Cristo, ha portato allo sviluppo di una società scientificamente molto progredita (scoperta del rame e del bronzo oltre che delle tecniche per la ceramica, la lavorazione dell’oro e delle pietre preziose, ecc.), ma anche a organizzare una società equilibrata, diretta sostanzialmente sui principi di uguaglianza e di compartecipazione, con un alto senso del valore della donna che veniva rispettata, amata e . coperta di monili e di doni.
Potremmo anche pensare che nelle aree mesoamericane la combinazione di struttura agricolo-raccoglitrice con il patriarcato ha portato alla costituzione di una società sempre rivolta su se stessa, mai aperta all’innovazione.
Questa situazione ha portato ad una società dominata dal poter e dalla violenza, da lotte interne e dalla necessità di mantenere una casta di guerrieri per difendersi dalle continue e pressanti invasioni di popoli ancora più primitivi.
È proprio da questa situazione di instabilità e di precarietà che i popoli si sono offerti e abbandonati nelle braccia delle “idee religiose” per le quali l’unica possibilità di sussistenza era quella di affidarsi alla benevolenza degli Dei acquisita con pesantissime pratiche di sacrifici umani e di offerte di sangue procurato uccidendo nemici ed animali, ma anche attraverso i salassi rituali.
Queste regole, divenute tradizionali, hanno portato a bloccare lo sviluppo sociale, scientifico ed umanistico, anche perché l’ossessiva necessità di “nascondere, per difenderli dai nemici, i loro dei protettori che si moltiplicavano anche solo cambiando di nome e fattezze” ha portato ad abbandonare città fiorenti per ricominciare sempre tutto da capo.
Questa visione delle cose si scontra con l’indiscutibile sviluppo delle scienze astronomiche e delle capacità di realizzare opere di ingegneria civile di un livello strutturale veramente straordinario.
La conoscenza era, tra i popoli Maya, strettamente e fortemente nelle mani dei sacerdoti che, avendo assunto anche il ruolo di penitenzieri e di sacrificatori, con le mani intrise di sangue, si presentavano come gli unici interlocutori degli Dei. Nel “Popol Vhu”si trova ben descritta questa regola per la quale i sacrificatori, mentre versavano il sangue delle vittime sulle pietre sacre dove erano “racchiusi” gli dei, ne ascoltavano la voce, le parole che davano le regole, gli ordini, le linee per il comportamento di tutto il popolo.
- Da queste considerazioni si può dedurre che nella storia universale lo sviluppo scientifico, sociale, umanistico e culturale si è strutturato positivamente in società che sono state capaci di fondare la loro organizzazione su: rispetto di tutti senza prevaricazioni di genere;
- superamento dell’esoterismo in favore di una conoscenza aperta a tutti, cioè esoterica e capace di accettare una evoluzione dei principi fondamentali;
- organizzazione di una “scienza dell’uomo” capace di accettare le potenzialità intrinseche di crescere e di sviluppare la “ragione”, ma anche gli affetti;
- fondare le relazioni umane sui principi della libertà, delle pari opportunità, del rispetto della vita e dei diritti di ogni individuo.
Se prendiamo in considerazione tali fondamenti evolutivi e creativi, possiamo vedere anche quanto rapidamente siano state superate le “epoche buie”, proprio perché anche nei momenti più difficili, disastrosi e distruttivi, il fondamento di un “messaggio d’amore” è stato quanto mai essenziale per superare le difficoltà e riprendere il cammino del rinnovamento che si traduce nell’immagine concettuale di un “Nuovo Rinascimento”.
Considerazioni sullo stato attuale dello sviluppo.
Nella considerazione delle possibilità che si instauri un Nuovo Rinascimento, la situazione attuale come può essere collegata con il background culturale, umanistico, politico e sociale che, proprio per le sue caratteristiche peculiari ha portato al Rinascimento? Il fenomeno rinascimentale, come sottolinea anche lo storico tedesco Jacob Burkhardt, è stato del tutto italiano o, addirittura, di alcune Corti Italiane: Firenze con i Medici, Mantova con i Gonzaga, Urbino con i Montefeltro, Ferrara con gli Estensi, Milano con i Visconti e con gli Sforza e, più tardi (quando finì il periodo avignonese) Roma con la Corte Papale.
Per capirci senza equivoci, cerchiamo di riassumere.
Il Rinascimento significa:
1) la fine del periodo gotico-medioevale che
§ nell’arte significò l’appiattimento su un piano verticale, in una visione antinaturalistica e l’assenza di chiaroscuro;
§ in politica il dominio dell’Impero e del Papato come retaggio dell’esperienza della Roma imperiale;
§ nel sociale, una sottomissione schiacciante del papato al potere imperiale;
§ nella religione, una impregnazione del divino in ogni espressione e propensione dell’uomo, del cittadino, del soggetto;
2) un profondo mutamento in campo letterario e sociale, con la strutturazione di un umanesimo (da “humanae litterae”) che investe di “cultura” non solo i letterati, ma tutti coloro che si applicavano alle scienze e, soprattutto, alle arti (prima gli artisti erano bravi artigiani che non si occupavano di studi);
3) la cultura umanistica si sviluppa tra un numero limitato di personaggi che per lo più guidano lo sviluppo della conoscenza nelle Corti principesche. L’intuizione rinascimentale sorge però in un ambito ancora più ristretto: “la Corte dei Medici” a Firenze;
4) da Firenze, la “nuova cultura” si diffonde rapidamente a tutta l’Europa;
5) non vanno dimenticate le influenze che hanno fatto superare il gotico nelle arti e nella cultura. Ricordiamo Dante che riprende e dà impulso ai principi insiti nel “Roman de la Rose” creando il “Dolce Stil Novo” che dà nuovo spessore e dimensione creatrice alla donna, alla “signora” simbolo di Saggezza;
6) queste spinte innovatrici vengono forse dall’esperienza dei Templari che, dominato il mondo della finanza e del commercio, danno anche una spinta rinnovatrice alla cultura, alle arti, dell’architettura, alla dimensione dominante dell’uomo.
Il Rinascimento è dunque l’espressione del pensiero di pochi che sanno leggere nella situazione indotta dalla Cultura dei Templari e sicuramente anche dalle ideologie indotte dalla scoperta dell’America, i contenuti fondamentali per un rinnovamento epocale.
Questo si basa su:
il concetto antropocentrico che pone l’Uomo nel baricentro del mondo (geografico, storico, culturale), con la capacità per liberarsi dalle remore e dalle oppressioni teologiche;
l’uomo diventa il fulcro della cultura per la sua capacità di utilizzare gli insegnamenti della cultura classica nel campo estetico (ritorno al “bello” che è legato alle “divine proporzioni”), ma anche etico, sociale e culturale, per creare una civiltà a “misura d’uomo” nei termine del eclettismo ma anche del individualismo;
la filosofia rinascimentale si fonda sull’idea che i pochi creano un individualismo che sostiene un profondo eclettismo che però non abbandona le arti, ma, al contrario, proprio attraverso le arti lancia le basi di una “conoscenza”, di un “sapere” che, oltre ad essere personale, è anche esoterico, nel senso etimologico della parola (di pochi, nascosto, personalistico), che però non vuole assumere aspetti anti-cattolici proprio perché nella dimensione comunitaria e universalista trova il suo vero scopo, le basi per uno sviluppo che inevitabilmente è evoluzione.
Tutto questo giustifica la lettura dello sviluppo dell’organizzazione socio-culturale in un ambito che crea le radici della violenza, del predominio dell’assoggettamento e della guerra nella “cultura patriarcale”.
Patriarcato inteso quindi come forma di organizzazione sociale, economica, politica ed anche culturale ed umanistica, per la quale il “vero potere” è nelle mani di “pochi uomini” che stabiliscono il diritto-dovere di tracciare le linee-guida del giusto, del vero, del santo, del bello sfruttando anche le imposizioni di una retorica razionalista che, dal tempo della Grecia classica, attraverso l’illuminismo ed il razionalismo, ha esautorato il mondo affettivo e la parte forse più importante del cervello umano.
In questo processo le donne hanno pagato lo scotto della loro “… predisposizione naturale e ormonale” per una vita do solidarietà, di comprensione e di gentilezza, finendo ad essere relegate nella “sfera dell’irrilevante”.
Da tempo filosofi, scienziati, psicologi, pedagogisti parlano di quel “… meraviglioso strumento che è la mente umana che sicuramente sa trovare l’occorrente per immaginare e ripristinare le forme più propizie per creare un mondo migliore e decisamente … vivibile”.
Questi tentativi verbali lasciano però il tempo che trovano dal momento che non si tratta di cercare il “nuovo” utilizzando gli strumenti di sempre. È evidente che bisogna utilizzare quelle vie e quelle strategie che, sulla base delle più moderne ricerche neuroscientifiche, si stanno profilando per sostenere una straordinaria rivoluzione culturale e umanistica.
Da quasi venti anni stiamo parlando di “timologia” (scienza dei valori e degli affetti) e più recentemente di “scienze affettive” che rispettano la organizzazione triadica cerebrale (ben diversa dalla cosiddetta “organizzazione triadica della mente” che individua: emozioni, cognizioni e volizioni) che, nel cervello umano ha individuato:
- la struttura che organizza le emozioni = il lobo limbico;
- l’organizzazione funzionale degli affetti = nella corteccia frontale e prefrontale;
- l’organizzazione cognitiva = che implica una complessa integrazione di tutte le strutture cerebrali, corticali e sottocorticali.
L’organizzazione triadica del cervello ha portato a individuare il momento (si parla di migliaia di anni) in cui si è strutturata quella “rivoluzione culturale del neolitico” che, sulla base dell’evoluzione funzionale e strutturale delle aree cerebrali (frontalizzazione) ha portato all’Homo-sapiens-sapiens ed alla nascita delle basi culturali della straordinaria “cultura miocenica”.
Oggi sappiamo che si tratta della corteccia cerebrale frontale e pre-frontale, dei neuroni a specchio e dello sviluppo della “intelligenza affettiva”. Proprio da queste nuove conoscenze bisogna partire, tenendo in conto che non si tratta di “curare”, ma di predisporre una azione forte e profonda che ha un valore preponderante di “prevenzione”.
È difficile pensare di poter cambiare i circuiti cerebrali di vecchi-saggi che fondamentano il loro sapere nella ragione, nella presunzione di possedere “la verità” , relegando nel “nulla” la verità degli altri e di qualsiasi “Altro”.
Ci sono voluti secoli e secoli di studi per arrivare a scoprire le differenze tra emozioni ed affetti; né Cartesio né Freud erano arrivati a concepire un Uomo integrato in tre livelli anatomici e funzionali e non sembra proprio opportuno tentare nuovamente un cammino tanto lungo basato sull’insegnamento.
La prospettiva veramente rivoluzionaria sta nel prevedere una azione “formativa” agita sui bambini, nelle primissime tappe dello sviluppo, accumulando l’azione di tutti i caregiver che sono responsabili della loro crescita e del loro sviluppo.
Naturalmente questo lavoro è veramente colossale e si basa soprattutto sulla riscoperta dei ruoli fondamentali dei genitori, di entrambi i genitori in quanto il bambino deve poter identificarsi sia nella madre che nel padre e apprendere dalla madre l’amore fisico, sensoriale, istintivo ed intuitivo, mentre spetta al padre condurre il bambino alla scoperta di quel “amore sociale” che richiede prima di tutto la formazione della funzione “Nome del Padre” ed in un tempo successivo l’organizzazione del “Io-Ideale” (che Kohut ha chiamato Sé) capace di contenere le forze negative e distruttive del “Padre Arcaico” che viene anche definito come “Ideale del Super-Io”.
Le dinamiche dello sviluppo psico-mentale, in una visione neuroscientifica moderna, tengono conto delle componenti affettive che non si riferiscono solamente all’erotismo sentimentale, ma soprattutto a quelle logiche sociali e relazionali che, dal rinascimento ci vengono tramandate come saggezza, specifiche della Sophia, di quella “donna-signora” cioè che rappresenta una sintesi, una dimensione complessa e globale che, inoltre, si va sviluppando continuamente ed in forma profonda (illustrazione: “amor sacro, amor-profano” di Botticelli).
In un precedente lavoro abbiamo anche sottolineato come paradigmatico uno straordinario disegno dell’impareggiabile Pablo Picasso che, nella sua infinita capacità di cercare significati e di trovare modelli rappresentativi, ci ha donato
Cercando il “senso profondo dell’Uomo” scopriamo un costante ritorno a Socrate che si domandava su cosa siamo; da dove veniamo e verso dove andiamo.
Naturalmente ci scontriamo con i temi relativi al pensiero, alla verità ed al significato dell’essere che portano Lévinas a scoprire che la verità è “l’incontro con il volto dell’Altro che ci interroga”.
Se per Lacan l’occhio dell’Altro è il “luogo dove scoprire la verità di noi stessi”, a Lévinas interessano le parole dell’Altro “… tu non mi ucciderai … per il patto indissolubile che ti farebbe responsabile della mia morte”.
Picasso, in una sua straordinaria illustrazione, ci pone di fronte a tutte queste domande accendendo la luce del pensiero, segnalando la forza violenta dell’essere, la prevaricazione sessuale, ma anche la tenerezza di uno sguardo pieno di “desiderio”.
Nell’immagine di Pablo Picasso, c’è tutta la complessità dell’individuo che crea il paradigma della sua soggettività di fronte al senso di esistere, al senso di Sé, di essere nel mondo con le sue spinte prevaricatrici e distruttive, con il suo pensiero illuminante, ma anche con quel “retrobottega” descritto da Michel de Montaigne, pieno di conflitti, di mostri, di certezze, di debolezze ed anche di “amici”.
Il filosofo Fichte sosteneva che all’inizio non siamo nulla e poi diventiamo ciò che progettiamo di essere (anche “mostri”? si chiede Sartre), costruendo un Io-Ideale (Lacan). In questo cammino ideale, c’è il pericolo di rimodellarsi secondo il paradigma dell’essere e dell’essere unico, immobile, immodificabile, “soltanto uomo” come dice Montagne.
L’uomo “essere” che è “potenza”, cosa diventerebbe, però, se gli tagliassimo il “telos” di Aristotele o le “dinamiche timologiche” della psicologia d’oggi?
Picasso, con la sua complessa rappresentazione, giunge però a spiegare che l’uomo con la potenza della sua luce intellettiva (candela), può superare e contenere la forza della sua indole distruttiva (il bisonte) ed anche l’intraprendenza della sua sessualità, ma questo proprio perché trova l’Altra-da- Sé (la compagna), quella dimensione-donna che è “pace”, ma anche “Sophia”, quindi “saggezza”, perspicacia, capacità di contenere le furibonde spericolatezze dell’Eroe.
CONCLUSIONI
L’analisi antropologica della storia etico-sociale della terra mesoamericana ed in special modo degli Dei tra i quali, soprattutto. “Itzpapàlotl” o ”Quetzal papalotl” (Dio Farfalla), ci hanno portato a considerare per l’ennesima volta quanto sia fragile la struttura psico-mentale dell’Uomo.
Forse però questi studi dimostrano chiaramente che non si tratta di debolezza della struttura cognitiva della mente, quanto invece di quella psico-affettiva.
La debolezza psichica dell’Uomo deriva dalle difficoltà relazionali che influenzano negativamente le prime tappe dello sviluppo di un cervello che alla nascita non è ancora del tutto maturo e che condizionano l’organizzazione neurofunzionali, oltre che quella dei neurotrasmettitori e degli ormoni sessuali.
Da questo si desume che la struttura culturale dell’ambito familiare e sociale è fondamentale per condizionare le dinamiche personologiche di un individuo, ma anche di un gruppo o di una società determinata.
Potremmo dire che, nell’ambito dell’area europea e medio-orientale, migliaia di anni (dai 35.000 ai 200.000 a.C.) in cui l’uomo ha vissuto di caccia, hanno determinato una organizzazione psico-mentale decisamente primitiva (“l’orda primitiva” di Freud), che non richiedeva una raffinata capacità di intesa relazionale quando invece era importante sviluppare capacità di coordinamento senso-motorio, di apprendimento deduttivo per comprendere le informazioni inviate dall’ambito naturale e dagli animali stessi, oltre che dalla necessità di migliorare continuamente gli utensili per colpire da lontano, per uccidere e per scuoiare.
In questo periodo, però, si è vieppiù sviluppato nella donna un cervello capace di elaborare le informazioni relazionali con i figli e con le “femmine” rimaste a “casa” mentre i maschi cacciavano in lande lontane per periodi anche lunghi.
Queste modificazioni funzionali e strutturali hanno portato alle differenze di genere che oggi troviamo tra le donne ed i maschi e che facciamo riferire a differente predominio dell’emisfero cerebrale destro (affettivo) rispetto a quello di sinistra (elaborativi-deduttivo).
È interessante ricordare che le diversità di genere sono già evidenti a partire dal 10-18-esimo mese di vita e che inoltre è influenzato dalla predominanza dell’invasione ormonale degli estrogeni e del testosterone.
Risulta pertanto evidente che le differenze culturali imposte nelle aree europee, rispetto a quelle mesoamericane, hanno portato “due strutture neuro-funzionali cerebrali” del tutto differenti, per le quali:
- In Europa, la predominanza culturale femminile ha portato a strutturare (tra i 20.000 ed i 15.000 anni a.C.) una società decisamente solidale, integrata, scevra di modelli di potere dominante, rispettosa della vita dei figli, libera da “paure”, relazionata con Dei miti e propensi ad aiutare gli uomini.
In questa società si è andato imponendo lo sviluppo scientifico (metallurgia, allevamento, irrigazione, agricoltura intensiva, trasporto su ruota, abitudini a cavalcare, alimentazione anche animale, ecc.ecc.)al quale partecipavano tutti (exoterismo culturale), anche i figli e, naturalmente, le donne che ne erano state la spinta iniziale.
Solo in secondo tempo (tra i 15.000 ed i 5.000 anni a.C.) si sono presentate le invasioni barbariche (con il relativo furto delle scienze, applicate poi nella fabbricazione delle armi) e le conseguenti reazioni che hanno portato al rafforzamento delle difese, alla costituzione di eserciti sempre più avanzati tecnologicamente ed alla formazione di caste di guerrieri, di amministratori e di comandanti.
- Nel Mesoamerica la predominanza culturale maschile ha indotto un “feroce maschilismo patriarcale” che ha portato alla organizzazione di caste ben definite di soldati, ma anche di sacerdoti che sono stati capaci di assumersi un potere totale, sviluppando le filosofie teologiche della penitenza, dell’offerta, del sacrificio anche del proprio sangue e della vita.
Questo ha indotto una forte valorizzazione della figura umana e, soprattutto, della donna che è stata relegata a funzioni subalterne e dipendenti, anche con il fenomeno della prostituzione e del concubinaggio tra le vedove che non trovavano nessuna forma di sostentamento sicuro per sé e per i propri figli.
In questa società predominava la paura e l’insicurezza personale e familiare che, a loro volta, influivano negativamente sullo sviluppo psico-affettivo e psico-mentale dei bambini, ma anche di tutta la popolazione.
L’arretratezza culturale e scientifica era in enorme contrasto con la “sapienza” dei sacerdoti che dominavano l’astronomia, grazie ai saperi tramandati e strettamente riservati, oltre che il diritto a parlare direttamente e personalmente con gli Dei che venivano utilizzati per intimorire, ma soprattutto per sottomettere indiscriminatamente tutta la popolazione alle loro direttive ed ai loro desideri.
Fatta questa differenziazione che ci porta a comprendere molto di tutto quanto è successo in Mesoamerica con la scoperta (1492) e con la “conquista”, possiamo cercare di approfondire la “storia della mente” nelle regioni europee e medio-orientali.
A partire dalla costituzione della “città” è andato sempre più sviluppandosi, nella struttura amministrativa e sociale, un predominio di genere: il maschilismo.
Il dominio spesso asfissiante dell’uomo sulla donna è stato determinato anche dai preconcetti legati da un lato alla casta sacerdotale dominante (fondata, nell’area cristiana, sulla mascolinità della Trinità –Padre, Figlio, Spirito Santo), ma anche e soprattutto su una presunta superiorità intellettuale-razionale che quasi esautora la figura femminile che con il “cogito ergo sum” cartesiano veniva relegata alle sue “pratiche e tendenze emotive” del tutto svalorizzate e causa di perdita di controllo.
Oggi, sull’onda delle ricerche neuroscientifiche che hanno dato valore ad una presunta “intelligenza emotiva”, si sono sviluppate tendenze riformiste che fanno capo alle teorie ed alla filosofia di Spinosa.
Questo non è del tutto positivo perché lo straordinario filosofo olandese non propone nulla di nuovo, proprio perché anche lui preconizza una “superiorità della ragione” che è pur sempre “divina” e, soprattutto, nel suo tanto decantato ”Trattato Teologico-politico” parla di “individui” declinati al maschile e mai al femminile.
Anche Freud, che pure aveva rivalorizzato il “mondo emotivo”, ha in realtà organizzato tutto il suo pensiero sulla predominanza della ragione, della coscienza e dell’uomo maschio (vedi il presunto “desiderio del pene”).
Da una quindicina d’anni, stiamo parlando di “timologia” (la scienza dei valori e degli affetti) che si basa sulla concezione neuroscientifica del “cervello triadico” che si organizza sui fondamenti delle emozioni (cervello limbico), degli affetti (corteccia cerebrale anteriore) e delle capacità cognitive (analitico-deduttive) che rispondono ad una ampia integrazione delle strutture cortico-sottocorticali e dei sistemi percettivi.
Queste osservazioni hanno portato a modificare sostanzialmente i valori fondanti dell’organizzazione della mente, considerando lo sviluppo psico-mentale e psico-affettivo sulle basi della relazione interpersonale, delle esperienze personali e, soprattutto, dei vissuti più intimi e dell’inconscio.
Tale visione ermeneutica della funzionalità del cervello e della mente ha portato a ridisegnare la psicologia, la psichiatria, la psicoanalisi e le dinamiche dello sviluppo sulla base dell’importanza fondamentale degli affetti e dei valori (“timologia”) che propongono una logica dei ruoli dei genitori e della famiglia con una totale e fondamentale ri-valutazione della figure della donna come compagna- sposa- madre.
Oggi parliamo tanto di “Nuovo Rinascimento”, ma è del tutto certo che le basi fondanti per questo “cambiamento” si trovano nell’organizzazione sociale, nelle dinamiche relazionali, nella formazione di una società rispettosa dei diritti individuali di tutti i cittadini, delle pari opportunità e controllata dalle logiche dell’uguaglianza, della libertà, del rispetto dell’ambente, ma, soprattutto sulla concezione superiore del valore dell’Uomo come controllore rispettoso della natura e come “essere unico” capace di cercare continuamente lo sviluppo ed il miglioramento sulla base di potenzialità che permettono una fondamentale evoluzione fisica-psichica-spirituale e trascendente.
Donna - sviluppo - evoluzione
LA DIMENSIONE UMANA:
SVILUPPO ED EVOLUZIONE.
Romeo Lucioni
La teoria darwiniana dell’evoluzione degli esseri viventi tiene conto di due principi fondamentali: la selezione naturale ed il caso.
La selezione esprime la variabilità prodotta dalla ricombinazione e mutazione aleatoria del corredo genetico, dando agli esseri viventi la possibilità di produrre copie di se stessi confermando le variazioni indotte dall’interazione con il mondo esterno, spesso utili per la sopravvivenza e per il mantenimento dei soggetti migliori e più adatti.
Sotto molti aspetti, però, questa teoria non è in grado di giustificare cambiamenti importanti o trasformazioni come: l’origine della vita, la genetica dello sviluppo e le macro-evoluzioni.
Per spiegare, nell’ambito della termodinamica, i processi che si allontanano dall’equilibrio e che giustificano la complessità, è stato introdotto il concetto di “auto-organizzazione”.
Questo apre ad una “nozione sistemica”, vale a dire quell’entità che si organizza da se sola, attraverso interazioni intime che determinano un risultato ed una forma finali. Ciò significa che la auto-organizzazione non richiede l’intervento di forze esterne capaci di promuover il risultato.
Per tutto questo, se si potesse confermare l’auto-organizzazione, bisognerebbe rivedere l’impianto generale responsabile della selezione naturale e, quindi, dell’evoluzione.
Se consideriamo le questioni evolutive relative all’essere umano, troviamo questi problemi perfettamente pertinenti, proprio perché l’evoluzione darwiniana non è in grado di dare spiegazioni valide nell’ambito delle capacità di ordine superiore, nelle quali poniamo lo sviluppo psico-affettivo e psico-cognitivo, ma anche quello relativo alla psico-somatica ed alla psico-motricità.
Non c’è da stupirsi per quanto ancora tanto poco conosciamo sul controllo psico-mentale, sulle funzioni bio-psichiche e su quello che intuiamo come programmazione mentale del gesto, del movimento o della prestazione (per esempio quella atletica) ed anche sulle interferenze tra emozioni, volontà, autocontrollo, ecc. ed il modello sintetico della motricità.
Naturalmente però, siamo ancora alla preistoria se queste problematiche le applichiamo allo sviluppo psico-affettivo oltre che a quello psico-cognitivo che, in ultima analisi, è quello che deve integrare, modulare, controllare e … far crescere le funzioni psico-motorie, psico-somatiche, emotive, affettive ed anche immaginarie ed intuitive.
Per complicare il quadro che stiamo “dipingendo”, possiamo anche poter dare una sguardo sul valore delle problematiche legate all’inconscio (che sicuramente sono molto più importanti rispetto a quelle della coscienza), oppure relative alla dimensione della “coscienza onirica”.
Ci sorprende forse tutto questo ritardo conoscitivo, ma non riusciamo ancora a renderci conto di quanto la conoscenza stessa abbia bloccato le sue funzioni di “auto-sviluppo” di “auto-evoluzione”.
Per comprendere questo paradosso basta pensare che solo nel 1995 Daniel Goleman ha pubblicato (lui, un giornalista) il suo libro “rivoluzionario” sulla “intelligenza emotiva”. Dopo di questo evento , solo una quindicina di anni fa si è cominciato a parlare di “intelligenza affettiva” dando finalmente organicità e struttura alla “timologia” (scienza degli affetti e dei valori) e poi alla “resilienza psicologica” (capacità di organizzare quelle forze intime che permettono di affrontare e superare le situazioni di difficoltà, di stress e di conflitto).
Da tutto questo si desume come la “auto-organizzazione” sia un “processo sistemico” che prende le energie e le potenzialità all’interno della sua stessa struttura, delle connessioni bio-psico-neurologiche che rappresentano la “complessa unità della costituzione dell’uomo”.
Siamo evidentemente molto lontano dal “cogito ergo sum” cartesiano, proprio perché “l’essere umano, “l’essere soggetto” richiede l’integrazione assoluta tra: emozioni, affetti, cognizioni ed anche: intuizioni, capacità immaginarie ed anche … di valenze trascendenti.
Finalmente possiamo cominciare a considerare quelle dinamiche “complessive”, quelle “potenzialità assolute” ci cui sembra che l’uomo sta prendendo coscienza.
Questa concezione presuppone una “dilatazione della coscienza”, ma anche “dilatazione delle valenze dello sviluppo” e, quindi, …”dilatazione dell’evoluzione”.
Parliamo di un “concetto dell’essere” che si concretizza in espressioni dinamiche, che si esprimono solamente in un momento magico di integrazione.
Sviluppo, modulazione e integrazione sono i momenti che permettono quella evoluzione che è espressione di una “vera auto-regolazione” che è funzionale, globale ed olistica.
In questa visione possiamo anche comprendere come il massimo dell’evoluzione non dipenda da una espressione quantitativa delle potenzialità perché si condensa, si materializza in uno schema qualitativo, in una logica di massima integrazione che accompagna il massimo di ogni singola “monade funzionale”.
L’aspetto addizionale dell’evoluzione è così espresso da un significato resiliente e timologico di quei valori che l’uomo mette quotidianamente in mostra:
- nella certezza di poter adattarsi alle richieste della natura, della scienza e della tecnica,
- nella sicurezza di riuscire a dare valore ad ogni sua espressione vivenziale e
- di poter comprendersi nella propria completezza che, al di là della ragione e della propensione alla sussidiarietà, si qualifica nella propensione trascendente di quella creatività indomita e mai paga che dà senso e significato ad un “destino evolutivo” che già non è più aleatorio perché ha assunto il senso della certezza.
La struttura sviluppo psico-mentale dell’uomo.
Lo studio attuale del funzionamento cerebrale e la definizione di quello che chiamiamo “cervello triadico”, strutturato cioè sulle “direttrici funzionali delle emozioni, degli affetti e delle capacità cognitive”, ha portato a comprendere meglio anche i problemi inerenti l’evoluzione psico-mentale che è, indubbiamente, una caratteristica umana.
Queste considerazioni si basano però su una concezione non unitaria dello sviluppo stesso, proprio perché determinato da situazioni di vita decisamente differenti per quanto riguarda il maschio e la femmina, necessarie a raggiungere il “livello funzionale” che oggi gli è caratteristico.
Questa tesi riguarda le discriminanti per le quali l’uomo ha potuto “cambiare” rispetto alla evoluzione “classica” di tutti gli animali (per lo meno i mammiferi), proprio per le “differenze di genere” che sono state impiantate nelle abitudini e nei comportamenti di un gruppo o branco che si è profondamente differenziato.
Se consideriamo l’ambito esistenziale delle scimmie antropomorfe (i mammiferi più vicini all’uomo e, per molti anni, considerati i capostipiti dai quali si è staccato l’uomo nella sua “storia evolutiva” è stata anche causa di un profondo errore culturale che si è mantenuto per secoli) possiamo facilmente osservare che queste si riuniscono in branchi, se vogliamo anche in “grandi famiglie” che rispettano una struttura organizzativa che dura da migliaia di anni.
Questo non è sicuramente un fatto “negativo” (potremmo pensare ai dinosauri che, proprio grazie a questa organizzazione, hanno raggiunto un “equilibrio funzionale e adattivo” che ha permesso la loro sussistenza –in un determinato ambito- per quasi duecento milioni di anni), ma può anche essere visto come causa di una “stabilità” che impedisce i profondi cambiamenti che, al contrario, si sono verificati nella catena evolutiva dell’uomo, sino a portarlo all’organizzazione bio-neuro-psicologica che caratterizza l’homo-sapiens-sapiens nel suo complesso comportamentale, relazionale ed evolutivo nei loro aspetti emotivi, affettivi e cognitivi.
L’errore di Darwin è stato proprio quello di leggere l’Uomo come “uomo del branco”, quindi come “animale” (nella sua origine) che, come tutti gli animali, viveva perfettamente adattato nel brando.
In questa organizzazione sociale, è evidente che si vanno strutturando tutte quelle “qualità” sottolineate da Darwin e che possono essere poi riassunte nella definizione relativa al “dominio del più forte”.
Anche Freud è caduto in questo trabocchetto partecipando, quindi, a creare quella “deviazione culturale” che ha condizionato gli studi di antropologia sino a pochi anni addietro.
L’evoluzione dell’Uomo è stata vista come paragonabile a quella di qualsiasi altra specie, senza prendere in considerazione i profondi cambiamenti imposti e derivati dalle abitudini della vita sociale del “genere homo”, che ne hanno determinato lo straordinario, “unico” e trascendente modello evolutivo.
La straordinarietà e l’unicità di questa evoluzione sta proprio nella possibilità di una “costante modificazione” di quelle che possiamo chiamare “regole evolutive” che determinano cambiamenti nella velocità, nel tipo, nella struttura globale.
In un precedente lavoro, abbiamo sottolineato la specificità evolutiva dell’uomo, determinata dalle abitudini della vita del “primitivo uomo cacciatore” che diventerà poi “uomo sedentario-agricoltore”.
L’osservazione fondamentale per questa evoluzione è proprio la determinazione della “qualità di genere”:
- mentre il maschio rozzo-brutale-primitivo si dedicava alla caccia, sviluppando un “specificità operativa” di grande valore e di importante complessità,
- la femmina provvedeva a indurre grandi e profondi cambiamenti nell’assetto sociale, sviluppando una capacità relazionale su basi affettive, integrative, collaborative e di “uguaglianza”.
Qualche altra osservazione può aiutare a capire meglio questi fenomeni:
a) il cacciatore è un “maschio” scelto tra i più forti ed i più resistenti ad una attività che richiede un enorme sforzo fisico, ma anche tenacia, volontà, determinazione e coraggio. Inoltre la “tecnica venatoria” richiede capacità mentali sufficienti per sviluppare:
- la capacità di trarre dall’osservazione lo sviluppo di modalità tecnico-comportamentali necessarie per non spaventare la presa ante tempo, conoscerne le abitudini, le idiosincrasie e le peculiarità reattive;
- l’intuizione necessaria per captare le sfumature in quanto alle richieste operative di una attività di gruppo, altamente specializzata e che richiede una sottile integrazione operativa ed anche di comunicazione empatica e, soprattutto, per gesti;
- la necessità di “avere un capo”, il soggetto con qualità particolari per assumere un ruolo non solo di forza, ma anche di sensibilità relazionale;
- la possibilità di creare sempre nuove e più efficaci attrezzi specifici;
- l’importanza dell’insegnamento per poter formare ad una attività tanto peculiare i figli ed i giovani;
- l’organizzazione di “modalità difensive” per evitare di essere derubati dalle belve, ma anche da altri gruppi di animali (anche ominidi meno evoluti);
b) “femmina casalinga” che non è meno intelligente del maschio ed è chiamata ad assumere un suo proprio “ruolo” fondamentale per l’evoluzione. Sappiamo che il passaggio dall’area paleolitica dello sviluppo a quella neolitica riguarda soprattutto l’organizzazione sociale e quella dei “ruoli domestici” necessari per la sedentarietà. Tutto questo è dovuto sicuramente ad un livello di evoluzione determinato dal “genere”, proprio perché, mentre il maschio è lontano, occupato a procurare il cibo con la caccia, le donne stanno vicino ai figli (che crescono in gran numero –anche se molti muoiono in tenera età) scoprendo i misteri della “semina”. Questo sviluppo del ruolo femminile (sotto alcuni aspetti “patriarcale”) risulterà fondamentale per l’evoluzione della società umana.
Da un punto di vista antropologico, queste osservazioni sulla evoluzione nell’ordine del genere, diventano fondamentali proprio perché, nel tempo, porteranno a influenzare lo sviluppo strutturale che sostiene quello psico-mentale.
Prendendo come fondamento gli studi-osservazioni di Gerald M. Edelman, possiamo ritenere il cervello come “struttura che genera diversità”. Ogni cervello è unico, ma necessariamente “determinato”, nella sua struttura anatomica e dinamica, dall’esperienza, dall’abitudine, dalle richieste esistenziali che riguardano emotività, affettività e capacità cognitivo-razionale (analitico-deduttive e di problem-solving).
Purtroppo sino ad oggi, si è sempre parlato di “evoluzione psico-mentale dell’uomo” non tenendo in conto le peculiari diversità di genere (tra maschi e femmine) che indubbiamente, in una evoluzione che è riferita a migliaia di anni (per es. il passaggio dal paleolitico al neolitico), deve comportare diversità profonde e fondamentali.
Edelman prende in considerazione il suo “nucleo dinamico profondo” o “nucleo rientrante”, capace di far emergere il “senso di sé”, la “coscienza primaria”, quella “narrazione soggettiva” che da un lato crea una “storia”, ma, per altro, determina la comparsa di “continuamente nuove connessioni rientranti fra mappe concettuali, riferimenti rappresentativi e simbolico-semantici, ma , soprattutto, anche di “esperienze affettive” che, proprio perché “timologiche”, fanno riferimento soprattutto ai “valori”, all’autovalorizzazione ed alla auto-soddisfazione.
Questa ricchezza semantico-fenomenologica assume per di più un valore fondamentale per quanto riguarda le possibilità di “sviluppo”, ma anche per quanto riguarda l’evoluzione, se si tengono in conto quelle dinamiche psico-mentali che abbiamo descritto e fondamentato nella cosiddetta “teoria della maschera” che entra nell’ambito più grande della cosiddetta “teoria della mente”.
Tutti questi aspetti che, nella psicologia evolutiva (che include anche la crescita), tengono in conto funzioni formative come:
- narcisismo primario e secondario;
- pensiero concreto, affettivo e simbolico;
- funzione “Nome del Padre”;
- evoluzione del Io-adattivo sino al Sé-creativo;
- superamento dell’Edipo;
- organizzazione della soggettività in contrapposizione all’Ideale del Super-Io;
- ecc.ecc.
fanno riferimento alla costituzione triadica della mente che si basa soprattutto sulla esperienza vissuta, sulle capacità adattive nei confronti delle problematiche esistenziali, sulla elaborazione delle relazioni e delle comunicazioni interpersonali che variano in continuazione, in relazione con il background esistenziale che si va adattando e modificando nell’ordine sociale.
Da tutte queste osservazioni, possiamo con sicurezza dedurre che la cosiddetta diversità di genere non è determinata da una particolare struttura, ma è legata a specifici assestamenti neuro-funzionali conseguenti a esperienze esistenziali che, come sostiene G.M. Edelman, sono sufficienti per indurre cambiamenti ed anche uno “… specifico orientamento evolutivo”.
Non dobbiamo cioè parlare di:
- una donna che dimostra un predominio dell’emisfero cerebrale destro (più affine alle relazioni affettive);
- vedi l’immagine del XV° secolo a.C. –arte miocenica- che rappresenta due donne con un bambino;
- in maschi che sviluppa preminentemente l’emisfero cerebrale sinistro, portando a fare prevalere atteggiamenti pratico-razionali, equilibri psico-mentali più concreti, ecc.ecc.
Possiamo dedurre che il processo evolutivo dell’epoca che va dal paleolitico al neolitico, porta con sé un cambiamento epocale nell’ordine sociale che corrisponde:
- passaggio dall’era della caccia a quella agricolo-sedentaria;
- valorizzazione progressiva della donna che porterà ad espressioni di “matriarcato” nell’era del neolitico;
- nascita e sviluppo di quella particolare religiosità fondata sull’immagine della Dea-Madre o Dea-Terra che sostiene una struttura sociale rappresentata da una “relazione pacifica” (senza predomini di Padre o fallici), che si sviluppa in una particolare armonia di pace e di progresso;
- sviluppo dell’uso dei metalli (rame, bronzo, ferro) che porterà alla utilizzazione delle scoperte scientifiche da parte di popoli limitrofi, arcaici e bellicosi, che, con le loro invasioni, porteranno ad declini culturale, ma soprattutto all’imposizione di uno sviluppo centrato sul potere del capo e della forza, sulla repressione e la assoggettamento violento dei popoli.
Queste osservazioni si rifanno perfettamente agli studi di archeologia che hanno portato a definire con precisione le diverse tappe dell’evoluzione dell’uomo.
Parliamo di:
ETÀ DELLA PIETRA – suddivisa in:
§ paleolitico: che va da circa 2 milioni di anni fino alla fine del “pleistocene” (10.000-8.000 anni) dividendosi in:
- inferiore: homo habilis e homo erectus;
- medio: comparsa dell’uomo di Neanderthal
- superiore: 35.000-10.000 anni (fine dell’ultima glaciazione).
Rappresenta un lunghissimo periodo nel quale l’uomo ha sviluppato la caccia e la raccolta per il suo sostentamento ed è andato via via a organizzare insediamenti stabili ed un abbozzo di stratificazione sociale.
§ mesolitico: dai 10.000 ai 6.000 anni – rappresenta un periodo di transizione caratterizzato da utensili microlitici;
§ neolitico: rappresenta un periodo di vera rivoluzione, che copre dai 10.000 ai 2.000 anni e che vede la comparsa dell’agricoltura, dell’utilizzazione degli animali, la comparsa di vasellame in argilla che, per le diverse fogge e varietà stilistiche, dimostra la presenza di una miriade di culture diverse. In questo periodo compaiono anche monumenti megalitici come il “sito di Stonehenge” che dimostra l’acquisizione di importanti conoscenze di ordine astronomico.
ETÀ DEI METALLI che vede un rapido sviluppo degli insediamenti, di innovazioni tecnologiche e trasformazioni sociali (comparsa della città).
Si divide in:
§ età del rame o calcolitico o eneolitico. Suddivisa in fasi cronologiche:
- antica (dai 3.400 ai 2.800 anni)
- media (dai 2.800 ai 2.400 anni)
- recente (dai 2.400 agli 800 anni a.C.)
§ età del bronzo
§ età del ferro
ETÀ STORICHE
Da tutte queste osservazioni si desume che il grande cambiamento è indotto dall’Uomo Cro-Magnon: stadio della “magia venatoria”; l’uomo crede di essere in grado di influenzare la natura:
- far passare le mandrie in un determinato passaggio prestabilito;
- senso di controllo sviluppato attraverso rituali magici.
L’uomo avrebbe vissuto al rallentatore per 3.000.000 di anni (vedi Lucy); poi 500.000 anni fa, improvvisamente, una terza forza rompe l’equilibrio (“rivoluzione neolitica” che è psichica finalistica), dando all’uomo una serie di ragioni per “diventare intelligente”:
- il linguaggio;
- lo sviluppo della sessualità –che non è più brutale e “stagionale” (periodica, misurata sul ritmo della presenza del “capo”)
Il tempo evolutivo (migliaia d’anni) e la qualità evolutiva ci fanno pensare ad una “evoluzione di genere” che comporta una reale differenziazione tra maschio e femmina.
Quasi potremmo parlare di due civiltà: quella domestico-pacifista della donna e quella eroico-impositiva del maschio, sostenute da soggetti completamente diversi (da un punto di vista evolutivo): i maschi con il loro predominio cerebrale nell’ordine del potere, del dominio fallico-oppressivo; le femmine con la loro organizzazione psico-mentale di tipo affettivo, altruistico, creativo, collaborativo ed essenzialmente pacifista.
Dopo il Neolitico sino ad oggi, l’evoluzione dell’uomo si è uniformata su principi fallocentrici per i quali il potere diventa prevalente, domina la forza, l’imposizione ed il sopruso: si evidenzia il dominio del Padre (che addirittura con il Cristianesimo fa sparire del tutto la figura femminile, imponendo un padre castrante e vendicativo, una legge mosaico-monoteista che giustifica la presunzione di possedere “la verità”, favorendo la strutturazione della colpa, della depressione, della riduzione in catene della Sophia che è il ricordo palese di momenti passati di grande sviluppo psico-mentale, psico-affettivo e, quindi, di crescita armonica, equilibrata, pacifica che ha portato allo sviluppo culturale e scientifico.
L’espressione fenomenologia dell’essere umano è significativamente rappresentata dall’integrazione profonda, globale ed olistica di una vitalità psico-neuro-sociale e trascendente che deriva da una costituzione complessa del suo “cervello”, l’organo principale della sua evoluzione che fondamentalmente si evidenzia come “struttura triadica” si manifesta nell’integrazione bio-psico-mentale che comprende la psico-motricità, le emozioni, gli affetti, le cognizioni ed anche quelle dinamiche spirituali e trascendenti che permettono l’instaurarsi e lo sviluppo della vita relazionale e sociale, creativa e linguistica, timologica e resiliente, che fanno dell’essere un vero “essere umano”.
Il modello vitale dell’Uomo per generare la sua completezza, viene riconosciuto come capace di generare una coscienza che comprende parti psico-mentali, ma anche altre valenze inconsce, intuitive, oniriche e spirituali che, in ultima analisi, ne esprimono la completezza.
La complessa fenomenologia dell’essere umano non sarebbe ancora del tutto significativa se il suo “essere” non si completasse con la capacità autoriflessa di comprendersi nel qui e ora, di memorizzare il proprio passato, di intuire il proprio futuro, ma anche di “viversi come soggetto in continua evoluzione” e con un “destino planetario ed universale” che lo rende unico ed insostituibile.
Per compiere il suo destino, l’Uomo si domanda continuamente e indaga le sue potenzialità utilizzando modalità anche molto differenti, ma che finalmente gli impongono l’unica vera conclusione che è quella di dover continuare a cercare se stesso, perché il suo destino trascendente non si esaurisce nell’essere, ma nel divenire.
SVILUPPO ED EVOLUZIONE.
Romeo Lucioni
La teoria darwiniana dell’evoluzione degli esseri viventi tiene conto di due principi fondamentali: la selezione naturale ed il caso.
La selezione esprime la variabilità prodotta dalla ricombinazione e mutazione aleatoria del corredo genetico, dando agli esseri viventi la possibilità di produrre copie di se stessi confermando le variazioni indotte dall’interazione con il mondo esterno, spesso utili per la sopravvivenza e per il mantenimento dei soggetti migliori e più adatti.
Sotto molti aspetti, però, questa teoria non è in grado di giustificare cambiamenti importanti o trasformazioni come: l’origine della vita, la genetica dello sviluppo e le macro-evoluzioni.
Per spiegare, nell’ambito della termodinamica, i processi che si allontanano dall’equilibrio e che giustificano la complessità, è stato introdotto il concetto di “auto-organizzazione”.
Questo apre ad una “nozione sistemica”, vale a dire quell’entità che si organizza da se sola, attraverso interazioni intime che determinano un risultato ed una forma finali. Ciò significa che la auto-organizzazione non richiede l’intervento di forze esterne capaci di promuover il risultato.
Per tutto questo, se si potesse confermare l’auto-organizzazione, bisognerebbe rivedere l’impianto generale responsabile della selezione naturale e, quindi, dell’evoluzione.
Se consideriamo le questioni evolutive relative all’essere umano, troviamo questi problemi perfettamente pertinenti, proprio perché l’evoluzione darwiniana non è in grado di dare spiegazioni valide nell’ambito delle capacità di ordine superiore, nelle quali poniamo lo sviluppo psico-affettivo e psico-cognitivo, ma anche quello relativo alla psico-somatica ed alla psico-motricità.
Non c’è da stupirsi per quanto ancora tanto poco conosciamo sul controllo psico-mentale, sulle funzioni bio-psichiche e su quello che intuiamo come programmazione mentale del gesto, del movimento o della prestazione (per esempio quella atletica) ed anche sulle interferenze tra emozioni, volontà, autocontrollo, ecc. ed il modello sintetico della motricità.
Naturalmente però, siamo ancora alla preistoria se queste problematiche le applichiamo allo sviluppo psico-affettivo oltre che a quello psico-cognitivo che, in ultima analisi, è quello che deve integrare, modulare, controllare e … far crescere le funzioni psico-motorie, psico-somatiche, emotive, affettive ed anche immaginarie ed intuitive.
Per complicare il quadro che stiamo “dipingendo”, possiamo anche poter dare una sguardo sul valore delle problematiche legate all’inconscio (che sicuramente sono molto più importanti rispetto a quelle della coscienza), oppure relative alla dimensione della “coscienza onirica”.
Ci sorprende forse tutto questo ritardo conoscitivo, ma non riusciamo ancora a renderci conto di quanto la conoscenza stessa abbia bloccato le sue funzioni di “auto-sviluppo” di “auto-evoluzione”.
Per comprendere questo paradosso basta pensare che solo nel 1995 Daniel Goleman ha pubblicato (lui, un giornalista) il suo libro “rivoluzionario” sulla “intelligenza emotiva”. Dopo di questo evento , solo una quindicina di anni fa si è cominciato a parlare di “intelligenza affettiva” dando finalmente organicità e struttura alla “timologia” (scienza degli affetti e dei valori) e poi alla “resilienza psicologica” (capacità di organizzare quelle forze intime che permettono di affrontare e superare le situazioni di difficoltà, di stress e di conflitto).
Da tutto questo si desume come la “auto-organizzazione” sia un “processo sistemico” che prende le energie e le potenzialità all’interno della sua stessa struttura, delle connessioni bio-psico-neurologiche che rappresentano la “complessa unità della costituzione dell’uomo”.
Siamo evidentemente molto lontano dal “cogito ergo sum” cartesiano, proprio perché “l’essere umano, “l’essere soggetto” richiede l’integrazione assoluta tra: emozioni, affetti, cognizioni ed anche: intuizioni, capacità immaginarie ed anche … di valenze trascendenti.
Finalmente possiamo cominciare a considerare quelle dinamiche “complessive”, quelle “potenzialità assolute” ci cui sembra che l’uomo sta prendendo coscienza.
Questa concezione presuppone una “dilatazione della coscienza”, ma anche “dilatazione delle valenze dello sviluppo” e, quindi, …”dilatazione dell’evoluzione”.
Parliamo di un “concetto dell’essere” che si concretizza in espressioni dinamiche, che si esprimono solamente in un momento magico di integrazione.
Sviluppo, modulazione e integrazione sono i momenti che permettono quella evoluzione che è espressione di una “vera auto-regolazione” che è funzionale, globale ed olistica.
In questa visione possiamo anche comprendere come il massimo dell’evoluzione non dipenda da una espressione quantitativa delle potenzialità perché si condensa, si materializza in uno schema qualitativo, in una logica di massima integrazione che accompagna il massimo di ogni singola “monade funzionale”.
L’aspetto addizionale dell’evoluzione è così espresso da un significato resiliente e timologico di quei valori che l’uomo mette quotidianamente in mostra:
- nella certezza di poter adattarsi alle richieste della natura, della scienza e della tecnica,
- nella sicurezza di riuscire a dare valore ad ogni sua espressione vivenziale e
- di poter comprendersi nella propria completezza che, al di là della ragione e della propensione alla sussidiarietà, si qualifica nella propensione trascendente di quella creatività indomita e mai paga che dà senso e significato ad un “destino evolutivo” che già non è più aleatorio perché ha assunto il senso della certezza.
La struttura sviluppo psico-mentale dell’uomo.
Lo studio attuale del funzionamento cerebrale e la definizione di quello che chiamiamo “cervello triadico”, strutturato cioè sulle “direttrici funzionali delle emozioni, degli affetti e delle capacità cognitive”, ha portato a comprendere meglio anche i problemi inerenti l’evoluzione psico-mentale che è, indubbiamente, una caratteristica umana.
Queste considerazioni si basano però su una concezione non unitaria dello sviluppo stesso, proprio perché determinato da situazioni di vita decisamente differenti per quanto riguarda il maschio e la femmina, necessarie a raggiungere il “livello funzionale” che oggi gli è caratteristico.
Questa tesi riguarda le discriminanti per le quali l’uomo ha potuto “cambiare” rispetto alla evoluzione “classica” di tutti gli animali (per lo meno i mammiferi), proprio per le “differenze di genere” che sono state impiantate nelle abitudini e nei comportamenti di un gruppo o branco che si è profondamente differenziato.
Se consideriamo l’ambito esistenziale delle scimmie antropomorfe (i mammiferi più vicini all’uomo e, per molti anni, considerati i capostipiti dai quali si è staccato l’uomo nella sua “storia evolutiva” è stata anche causa di un profondo errore culturale che si è mantenuto per secoli) possiamo facilmente osservare che queste si riuniscono in branchi, se vogliamo anche in “grandi famiglie” che rispettano una struttura organizzativa che dura da migliaia di anni.
Questo non è sicuramente un fatto “negativo” (potremmo pensare ai dinosauri che, proprio grazie a questa organizzazione, hanno raggiunto un “equilibrio funzionale e adattivo” che ha permesso la loro sussistenza –in un determinato ambito- per quasi duecento milioni di anni), ma può anche essere visto come causa di una “stabilità” che impedisce i profondi cambiamenti che, al contrario, si sono verificati nella catena evolutiva dell’uomo, sino a portarlo all’organizzazione bio-neuro-psicologica che caratterizza l’homo-sapiens-sapiens nel suo complesso comportamentale, relazionale ed evolutivo nei loro aspetti emotivi, affettivi e cognitivi.
L’errore di Darwin è stato proprio quello di leggere l’Uomo come “uomo del branco”, quindi come “animale” (nella sua origine) che, come tutti gli animali, viveva perfettamente adattato nel brando.
In questa organizzazione sociale, è evidente che si vanno strutturando tutte quelle “qualità” sottolineate da Darwin e che possono essere poi riassunte nella definizione relativa al “dominio del più forte”.
Anche Freud è caduto in questo trabocchetto partecipando, quindi, a creare quella “deviazione culturale” che ha condizionato gli studi di antropologia sino a pochi anni addietro.
L’evoluzione dell’Uomo è stata vista come paragonabile a quella di qualsiasi altra specie, senza prendere in considerazione i profondi cambiamenti imposti e derivati dalle abitudini della vita sociale del “genere homo”, che ne hanno determinato lo straordinario, “unico” e trascendente modello evolutivo.
La straordinarietà e l’unicità di questa evoluzione sta proprio nella possibilità di una “costante modificazione” di quelle che possiamo chiamare “regole evolutive” che determinano cambiamenti nella velocità, nel tipo, nella struttura globale.
In un precedente lavoro, abbiamo sottolineato la specificità evolutiva dell’uomo, determinata dalle abitudini della vita del “primitivo uomo cacciatore” che diventerà poi “uomo sedentario-agricoltore”.
L’osservazione fondamentale per questa evoluzione è proprio la determinazione della “qualità di genere”:
- mentre il maschio rozzo-brutale-primitivo si dedicava alla caccia, sviluppando un “specificità operativa” di grande valore e di importante complessità,
- la femmina provvedeva a indurre grandi e profondi cambiamenti nell’assetto sociale, sviluppando una capacità relazionale su basi affettive, integrative, collaborative e di “uguaglianza”.
Qualche altra osservazione può aiutare a capire meglio questi fenomeni:
a) il cacciatore è un “maschio” scelto tra i più forti ed i più resistenti ad una attività che richiede un enorme sforzo fisico, ma anche tenacia, volontà, determinazione e coraggio. Inoltre la “tecnica venatoria” richiede capacità mentali sufficienti per sviluppare:
- la capacità di trarre dall’osservazione lo sviluppo di modalità tecnico-comportamentali necessarie per non spaventare la presa ante tempo, conoscerne le abitudini, le idiosincrasie e le peculiarità reattive;
- l’intuizione necessaria per captare le sfumature in quanto alle richieste operative di una attività di gruppo, altamente specializzata e che richiede una sottile integrazione operativa ed anche di comunicazione empatica e, soprattutto, per gesti;
- la necessità di “avere un capo”, il soggetto con qualità particolari per assumere un ruolo non solo di forza, ma anche di sensibilità relazionale;
- la possibilità di creare sempre nuove e più efficaci attrezzi specifici;
- l’importanza dell’insegnamento per poter formare ad una attività tanto peculiare i figli ed i giovani;
- l’organizzazione di “modalità difensive” per evitare di essere derubati dalle belve, ma anche da altri gruppi di animali (anche ominidi meno evoluti);
b) “femmina casalinga” che non è meno intelligente del maschio ed è chiamata ad assumere un suo proprio “ruolo” fondamentale per l’evoluzione. Sappiamo che il passaggio dall’area paleolitica dello sviluppo a quella neolitica riguarda soprattutto l’organizzazione sociale e quella dei “ruoli domestici” necessari per la sedentarietà. Tutto questo è dovuto sicuramente ad un livello di evoluzione determinato dal “genere”, proprio perché, mentre il maschio è lontano, occupato a procurare il cibo con la caccia, le donne stanno vicino ai figli (che crescono in gran numero –anche se molti muoiono in tenera età) scoprendo i misteri della “semina”. Questo sviluppo del ruolo femminile (sotto alcuni aspetti “patriarcale”) risulterà fondamentale per l’evoluzione della società umana.
Da un punto di vista antropologico, queste osservazioni sulla evoluzione nell’ordine del genere, diventano fondamentali proprio perché, nel tempo, porteranno a influenzare lo sviluppo strutturale che sostiene quello psico-mentale.
Prendendo come fondamento gli studi-osservazioni di Gerald M. Edelman, possiamo ritenere il cervello come “struttura che genera diversità”. Ogni cervello è unico, ma necessariamente “determinato”, nella sua struttura anatomica e dinamica, dall’esperienza, dall’abitudine, dalle richieste esistenziali che riguardano emotività, affettività e capacità cognitivo-razionale (analitico-deduttive e di problem-solving).
Purtroppo sino ad oggi, si è sempre parlato di “evoluzione psico-mentale dell’uomo” non tenendo in conto le peculiari diversità di genere (tra maschi e femmine) che indubbiamente, in una evoluzione che è riferita a migliaia di anni (per es. il passaggio dal paleolitico al neolitico), deve comportare diversità profonde e fondamentali.
Edelman prende in considerazione il suo “nucleo dinamico profondo” o “nucleo rientrante”, capace di far emergere il “senso di sé”, la “coscienza primaria”, quella “narrazione soggettiva” che da un lato crea una “storia”, ma, per altro, determina la comparsa di “continuamente nuove connessioni rientranti fra mappe concettuali, riferimenti rappresentativi e simbolico-semantici, ma , soprattutto, anche di “esperienze affettive” che, proprio perché “timologiche”, fanno riferimento soprattutto ai “valori”, all’autovalorizzazione ed alla auto-soddisfazione.
Questa ricchezza semantico-fenomenologica assume per di più un valore fondamentale per quanto riguarda le possibilità di “sviluppo”, ma anche per quanto riguarda l’evoluzione, se si tengono in conto quelle dinamiche psico-mentali che abbiamo descritto e fondamentato nella cosiddetta “teoria della maschera” che entra nell’ambito più grande della cosiddetta “teoria della mente”.
Tutti questi aspetti che, nella psicologia evolutiva (che include anche la crescita), tengono in conto funzioni formative come:
- narcisismo primario e secondario;
- pensiero concreto, affettivo e simbolico;
- funzione “Nome del Padre”;
- evoluzione del Io-adattivo sino al Sé-creativo;
- superamento dell’Edipo;
- organizzazione della soggettività in contrapposizione all’Ideale del Super-Io;
- ecc.ecc.
fanno riferimento alla costituzione triadica della mente che si basa soprattutto sulla esperienza vissuta, sulle capacità adattive nei confronti delle problematiche esistenziali, sulla elaborazione delle relazioni e delle comunicazioni interpersonali che variano in continuazione, in relazione con il background esistenziale che si va adattando e modificando nell’ordine sociale.
Da tutte queste osservazioni, possiamo con sicurezza dedurre che la cosiddetta diversità di genere non è determinata da una particolare struttura, ma è legata a specifici assestamenti neuro-funzionali conseguenti a esperienze esistenziali che, come sostiene G.M. Edelman, sono sufficienti per indurre cambiamenti ed anche uno “… specifico orientamento evolutivo”.
Non dobbiamo cioè parlare di:
- una donna che dimostra un predominio dell’emisfero cerebrale destro (più affine alle relazioni affettive);
- vedi l’immagine del XV° secolo a.C. –arte miocenica- che rappresenta due donne con un bambino;
- in maschi che sviluppa preminentemente l’emisfero cerebrale sinistro, portando a fare prevalere atteggiamenti pratico-razionali, equilibri psico-mentali più concreti, ecc.ecc.
Possiamo dedurre che il processo evolutivo dell’epoca che va dal paleolitico al neolitico, porta con sé un cambiamento epocale nell’ordine sociale che corrisponde:
- passaggio dall’era della caccia a quella agricolo-sedentaria;
- valorizzazione progressiva della donna che porterà ad espressioni di “matriarcato” nell’era del neolitico;
- nascita e sviluppo di quella particolare religiosità fondata sull’immagine della Dea-Madre o Dea-Terra che sostiene una struttura sociale rappresentata da una “relazione pacifica” (senza predomini di Padre o fallici), che si sviluppa in una particolare armonia di pace e di progresso;
- sviluppo dell’uso dei metalli (rame, bronzo, ferro) che porterà alla utilizzazione delle scoperte scientifiche da parte di popoli limitrofi, arcaici e bellicosi, che, con le loro invasioni, porteranno ad declini culturale, ma soprattutto all’imposizione di uno sviluppo centrato sul potere del capo e della forza, sulla repressione e la assoggettamento violento dei popoli.
Queste osservazioni si rifanno perfettamente agli studi di archeologia che hanno portato a definire con precisione le diverse tappe dell’evoluzione dell’uomo.
Parliamo di:
ETÀ DELLA PIETRA – suddivisa in:
§ paleolitico: che va da circa 2 milioni di anni fino alla fine del “pleistocene” (10.000-8.000 anni) dividendosi in:
- inferiore: homo habilis e homo erectus;
- medio: comparsa dell’uomo di Neanderthal
- superiore: 35.000-10.000 anni (fine dell’ultima glaciazione).
Rappresenta un lunghissimo periodo nel quale l’uomo ha sviluppato la caccia e la raccolta per il suo sostentamento ed è andato via via a organizzare insediamenti stabili ed un abbozzo di stratificazione sociale.
§ mesolitico: dai 10.000 ai 6.000 anni – rappresenta un periodo di transizione caratterizzato da utensili microlitici;
§ neolitico: rappresenta un periodo di vera rivoluzione, che copre dai 10.000 ai 2.000 anni e che vede la comparsa dell’agricoltura, dell’utilizzazione degli animali, la comparsa di vasellame in argilla che, per le diverse fogge e varietà stilistiche, dimostra la presenza di una miriade di culture diverse. In questo periodo compaiono anche monumenti megalitici come il “sito di Stonehenge” che dimostra l’acquisizione di importanti conoscenze di ordine astronomico.
ETÀ DEI METALLI che vede un rapido sviluppo degli insediamenti, di innovazioni tecnologiche e trasformazioni sociali (comparsa della città).
Si divide in:
§ età del rame o calcolitico o eneolitico. Suddivisa in fasi cronologiche:
- antica (dai 3.400 ai 2.800 anni)
- media (dai 2.800 ai 2.400 anni)
- recente (dai 2.400 agli 800 anni a.C.)
§ età del bronzo
§ età del ferro
ETÀ STORICHE
Da tutte queste osservazioni si desume che il grande cambiamento è indotto dall’Uomo Cro-Magnon: stadio della “magia venatoria”; l’uomo crede di essere in grado di influenzare la natura:
- far passare le mandrie in un determinato passaggio prestabilito;
- senso di controllo sviluppato attraverso rituali magici.
L’uomo avrebbe vissuto al rallentatore per 3.000.000 di anni (vedi Lucy); poi 500.000 anni fa, improvvisamente, una terza forza rompe l’equilibrio (“rivoluzione neolitica” che è psichica finalistica), dando all’uomo una serie di ragioni per “diventare intelligente”:
- il linguaggio;
- lo sviluppo della sessualità –che non è più brutale e “stagionale” (periodica, misurata sul ritmo della presenza del “capo”)
Il tempo evolutivo (migliaia d’anni) e la qualità evolutiva ci fanno pensare ad una “evoluzione di genere” che comporta una reale differenziazione tra maschio e femmina.
Quasi potremmo parlare di due civiltà: quella domestico-pacifista della donna e quella eroico-impositiva del maschio, sostenute da soggetti completamente diversi (da un punto di vista evolutivo): i maschi con il loro predominio cerebrale nell’ordine del potere, del dominio fallico-oppressivo; le femmine con la loro organizzazione psico-mentale di tipo affettivo, altruistico, creativo, collaborativo ed essenzialmente pacifista.
Dopo il Neolitico sino ad oggi, l’evoluzione dell’uomo si è uniformata su principi fallocentrici per i quali il potere diventa prevalente, domina la forza, l’imposizione ed il sopruso: si evidenzia il dominio del Padre (che addirittura con il Cristianesimo fa sparire del tutto la figura femminile, imponendo un padre castrante e vendicativo, una legge mosaico-monoteista che giustifica la presunzione di possedere “la verità”, favorendo la strutturazione della colpa, della depressione, della riduzione in catene della Sophia che è il ricordo palese di momenti passati di grande sviluppo psico-mentale, psico-affettivo e, quindi, di crescita armonica, equilibrata, pacifica che ha portato allo sviluppo culturale e scientifico.
L’espressione fenomenologia dell’essere umano è significativamente rappresentata dall’integrazione profonda, globale ed olistica di una vitalità psico-neuro-sociale e trascendente che deriva da una costituzione complessa del suo “cervello”, l’organo principale della sua evoluzione che fondamentalmente si evidenzia come “struttura triadica” si manifesta nell’integrazione bio-psico-mentale che comprende la psico-motricità, le emozioni, gli affetti, le cognizioni ed anche quelle dinamiche spirituali e trascendenti che permettono l’instaurarsi e lo sviluppo della vita relazionale e sociale, creativa e linguistica, timologica e resiliente, che fanno dell’essere un vero “essere umano”.
Il modello vitale dell’Uomo per generare la sua completezza, viene riconosciuto come capace di generare una coscienza che comprende parti psico-mentali, ma anche altre valenze inconsce, intuitive, oniriche e spirituali che, in ultima analisi, ne esprimono la completezza.
La complessa fenomenologia dell’essere umano non sarebbe ancora del tutto significativa se il suo “essere” non si completasse con la capacità autoriflessa di comprendersi nel qui e ora, di memorizzare il proprio passato, di intuire il proprio futuro, ma anche di “viversi come soggetto in continua evoluzione” e con un “destino planetario ed universale” che lo rende unico ed insostituibile.
Per compiere il suo destino, l’Uomo si domanda continuamente e indaga le sue potenzialità utilizzando modalità anche molto differenti, ma che finalmente gli impongono l’unica vera conclusione che è quella di dover continuare a cercare se stesso, perché il suo destino trascendente non si esaurisce nell’essere, ma nel divenire.
VALORE DELLA DONNA
Il valore della donna.
El valor de la mujer.
The women’s value.
Romeo Lucioni
Il “valore della donna” non é mai stato riconosciuto e studiato compiutamente e, anche se prendiamo in considerazione i contributi più nuovi, é stato del tutto minimizzato e mai considerato nel suo completo spessore.
Ancor oggi, con il beneplacito dei cosiddetti “saggi” o dei filosofi razionalisti, il valore della donna viene considerato nell’ambito emotivo o emotivo-affettivo e, di conseguenza, quasi minimizzato ed emarginato, proprio perché purtroppo nella cultura continua a dominare la concezione della Grecia classica e dell’illuminismo europeo e cartesiano per i quali l’uomo è in sé “umano” non per le sue caratteristiche timologico-relazionali, ma esclusivamente per le sue capacità analitico-deduttive o per la “profondità del suo pensiero”.
Con tutto questo però, gli studiosi che hanno centrato la ricerca sull’uomo su una concezione globale ed olistica, hanno anche strutturato lo studio della coscienza e dell’intelligenza partendo dalle basi psicodinamiche della timologia e da quelle neuroscientifiche che riconoscono l’essenzialità di una concezione triadica della mente, basata cioè sul sistema emotivo, quello affettivo e quello cognitivo-razionale.
Questi studi hanno portato a rivisitare tutto lo scibile legato alle dinamiche psico-mentali, affettive e cognitive, tracciando un profilo decisamente nuovo e profondamente innovatore sul ruolo della donna nell’ambito della società, dello sviluppo della mente e dell’intelligenza, arrivando a profilare un ruolo determinante della figura femminile non solo nell’ambito socio-economico della attualità, ma specificamente e fondamentalmente nello sviluppo di quelle caratteristiche neuro-psichiche, neuro-anatomiche, psicologiche, psicoanalitiche e neuroscientifiche che portano l’uomo a caratterizzarsi come “la Creatura predestinata, per le sue caratteristiche intrinseche, ad essere l’amo, protettore e signore, di tutta la Natura, sempre adeguato alle necessità che la sua stessa capacità mentale, cognitiva e creativa, gli richiedono nell’ambito dello “sfrenato sviluppo” scientifico, tecnologico ed applicativo.
Lo studio antropologico, psicologico e psicoanalitico, nei suoi contributi più nuovi e nella sua funzione più innovativa ed evolutiva, sta portando a chiarire il “valore della donna” non solo nella società, ma come fulcro insostituibile per la crescita mentale, creativa ed immaginaria dell’Homo-Sapiens-Sapiens e, quindi, di ognuno di Noi.
El valor de la mujer.
The women’s value.
Romeo Lucioni
Il “valore della donna” non é mai stato riconosciuto e studiato compiutamente e, anche se prendiamo in considerazione i contributi più nuovi, é stato del tutto minimizzato e mai considerato nel suo completo spessore.
Ancor oggi, con il beneplacito dei cosiddetti “saggi” o dei filosofi razionalisti, il valore della donna viene considerato nell’ambito emotivo o emotivo-affettivo e, di conseguenza, quasi minimizzato ed emarginato, proprio perché purtroppo nella cultura continua a dominare la concezione della Grecia classica e dell’illuminismo europeo e cartesiano per i quali l’uomo è in sé “umano” non per le sue caratteristiche timologico-relazionali, ma esclusivamente per le sue capacità analitico-deduttive o per la “profondità del suo pensiero”.
Con tutto questo però, gli studiosi che hanno centrato la ricerca sull’uomo su una concezione globale ed olistica, hanno anche strutturato lo studio della coscienza e dell’intelligenza partendo dalle basi psicodinamiche della timologia e da quelle neuroscientifiche che riconoscono l’essenzialità di una concezione triadica della mente, basata cioè sul sistema emotivo, quello affettivo e quello cognitivo-razionale.
Questi studi hanno portato a rivisitare tutto lo scibile legato alle dinamiche psico-mentali, affettive e cognitive, tracciando un profilo decisamente nuovo e profondamente innovatore sul ruolo della donna nell’ambito della società, dello sviluppo della mente e dell’intelligenza, arrivando a profilare un ruolo determinante della figura femminile non solo nell’ambito socio-economico della attualità, ma specificamente e fondamentalmente nello sviluppo di quelle caratteristiche neuro-psichiche, neuro-anatomiche, psicologiche, psicoanalitiche e neuroscientifiche che portano l’uomo a caratterizzarsi come “la Creatura predestinata, per le sue caratteristiche intrinseche, ad essere l’amo, protettore e signore, di tutta la Natura, sempre adeguato alle necessità che la sua stessa capacità mentale, cognitiva e creativa, gli richiedono nell’ambito dello “sfrenato sviluppo” scientifico, tecnologico ed applicativo.
Lo studio antropologico, psicologico e psicoanalitico, nei suoi contributi più nuovi e nella sua funzione più innovativa ed evolutiva, sta portando a chiarire il “valore della donna” non solo nella società, ma come fulcro insostituibile per la crescita mentale, creativa ed immaginaria dell’Homo-Sapiens-Sapiens e, quindi, di ognuno di Noi.
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