lunedì 15 dicembre 2008

La donna come creatrice di cultura e di sviluppo

La cultura mesoamericana e la problematica dell’occultamento degli dei come segni di retrocessione culturale e blocco dello sviluppo.

Romeo Lucioni – Leticia Lucioni

Seppure oggi si insista su possibili contatti precolombiani fra le culture mesoamericane e quelle europee e asiatiche, non si hanno dati certi per poter pensare ad un’area geografica nella quale si siano sviluppate autonomamente culture tanto importanti da giungere alla fondazione di città maestose, ricche e poderose, che inoltre contavano con un enorme popolazione. Basta far riferimento al fatto che Teotihuacan nel momento di massimo splendore contava con 200.000 abitanti, esattamente come la Roma imperiale, mentre Tenochtitlan ne aveva 1.000.000, e ci rendiamo subito conto dell’importanza di quelle espressioni umane, sociali ed antropologiche.
Prendiamo in considerazione che:
- la struttura socio-culturale ha favorito abituali invasioni barbariche, guerre tribali ed anche di invasione che venivano dal Guatemala e dal Costa Rica, oppure dal Messico e dall’Arizona.
- La sottomissione alle forze della natura ha portato a creare un vero “stato di panico collettivo” e la conseguente necessità riparativa per la quale agli “Dei arrabbiati” bisognava offrire sacrifici umani , di cuori palpitanti e di una notevole quantità di sangue fresco che veniva raccolto dai “penitenzieri” con “salassi sacri” fatti dalle orecchie, dai gomiti, dai genitali.
- Le invasioni portavano a continui cambiamenti culturali anche profondi e, da questi, la necessità di nascondere i propri Dei-Protettori ed anche i Dei-Lari (della famiglia)
- Le popolazioni mesoamericane si dedicavano prevalentemente all’agricoltura ed alla raccolta, anche perché il loro Dio Quetzalcòatl, “il Re Pastore”, nella sua bontà, aveva invitato i suoi sudditi a nutrirsi dei prodotti della terra, risparmiando la vita degli animali. La loro dieta era per lo più vegetariana, con il mais come cibo di base, insieme a: zucca, fagioli, pomodori, peperoni, cipolle, cuye, chia (salvia selvatica), cacao, manioca, pepe, muguey, una agave da cui si ricava il pulque. Non vanno dimenticate anche la patata e la papa (patata dolce) che potevano essere usate per produrre il chuñu che poteva essere conservato per lungo tempo.
- La caccia era usata per procurare carne per le famiglie altolocate, senza dimenticare che gli uccelli ed i cervi che venivano presi o uccisi erano riservati come “… dono per gli Dei”, ai quali veniva offerto il loro sangue, versato sulle pietre sacre.
- Nel Popol Vhu viene ricordato come il popolo si nutriva di tafani, vespe, api e altri piccoli animali.

Con tutto questo, i Maya si consideravano abitanti di una specie di “paradiso-terrestre” anche se inseriti in una struttura sociale fortemente e rigidamente patriarcale, dove la donna si dedicava alla casa, dando anche un aiuto agli uomini per affrontare le necessità agricole.
L’ambito subtropicale causava la frequente comparsa di cataclismi e fenomeni naturali disastrosi, tanto che venivano ricordati eventi nei quali “… el cielo se cayò sobre la tierra!”
Il territorio mesoamericano dove si sono sviluppate diverse “civiltà” (tra le quali vengono maggiormente ricordate quelle: Tolteca, Olmeca, Maya, Nahua, Zapateca, Teotihuacana, Mixteco-Cholulteca, Mexica e la Chichimeca) era per lo più coperto da foreste rigogliose che però impedivano lo sviluppo organizzato delle comunicazioni e della caccia proprio per questo si sono sviluppate delle “città stato” che spesso hanno anche acquisito dimensioni enormi.

La cultura e l’antropologia moderne sono d’accordo nel ritenere che:
- una società fortemente patriarcale è pregiudiziale per lo sviluppo e per la crescita;
- i principi che sostengono una visione teologica che genera tensioni e paure, portano ad una “costruzione relazionale” che uccide l’amore, visto come espressione di solidarietà e di generosità;
- solo una logica integrativa e, quindi, un legame fondato sull’uguaglianza tra i generi porta ad una struttura socio-culturale favorevole per lo sviluppo e per l’evoluzione sociale, culturale, umanistica, scientifica e conoscitiva.
Sulla base di questi fondamenti possiamo allora ben dire che la loro mancanza o il loro deficit nella cultura mesoamericana, caratteristica delle popolazioni Maya, possono essere considerate come la causa preponderante del ritardo della loro evoluzione a tal punto che diventa giustificata l’asserzione per la quale i popoli mesoamericani, anche nel periodo che va dal 1000 al 1500 d.C., erano fermi all’età della pietra.
Questa osservazione suona quasi come un assurdo perché parliamo di popolazioni che erano state capaci di costruire città, elaborare un calendario complesso e preciso, conoscevano la matematica ed anche il valore dello zero, avevano profonde conoscenze astronomiche ed anche sulla precessione degli equinozi.
Ancora troppo poco conosciamo della storia di questi popoli, ma ci fa sempre più pressante l’idea che una so successive catastrofi ambientali (e forse anche un “diluvio”) avevano determinato la semidistruzione di antichi abitanti che avevano lasciato importanti tracce per le quali i popoli in via di ricomposizione utilizzavano conoscenze che non erano loro del tutto proprie.
Se questo sia vero o no, non cambia tuttavia il modello dello sviluppo sociale mesoamericano (soprattutto se si prende in esame l’area dell’altopiano centrale, cioè quella riferita all’attuale Città del Messico). Friederich Katz fa riferimento alle tre fasi di sviluppo (classica, post-classica e storica) riportandole ad altrettanti caratteristiche dell’organizzazione sociale: dominio delle comunità dei villaggi; casta sacerdotale; casta militare.
Come unità territoriale e progressivo sviluppo potremmo far riferimento a: 1) comunità di villaggio; 2) città-stato; 3) grande impero.
Questo modello schematico è applicabile allo sviluppo delle civiltà del continente europeo e medio-orientale, per altro lato non è del tutto utilizzabile nell’area mesoamericana nella quale le potenzialità di dominio si sono trasferite sempre più nelle mani dell’organizzazione sacerdotale che è diventata sempre più asfissiante per le pratiche di penitenze e di sacrifici umani che, con l’offerta del sangue, permettevano un ideale “rapporto personale con le divinità”.
Tali considerazioni portano all’inevitabile osservazione sul diverso sviluppo sociale-culturale-scientifico-umanistico-spirituale tra l’area europea e quella mesoamericana.
§ Nell’area europea, a partire dai 35.000 anni prima di Cristo, si organizza una società, sul tipo di quella micenea, che in un periodo lunghissimo permette una “integrazione sociale comunitaria”, rispettosa delle diversità anche di genere, senza una precisa “casta dominante”, che ha permesso uno straordinario sviluppo scientifico e socio-culturale. Facciamo riferimento:
- nell’agricoltura, all’aratro, all’uso degli animali domestici per il lavoro e per il trasporto su ruota, alle imponenti strutture di irrigazione, alla produzione intensiva e all’allevamento del bestiame che hanno portato ad un surplus di derrate alimentari;
- nello sviluppo delle scienze metallurgiche, astronomiche e mediche, ma anche delle applicazioni tecniche che hanno portato alla crescita della metallurgia per creare utensili sempre più raffinati che, partendo dalla ruota, hanno facilitato lo sviluppo commerciale e l’intercambio di conoscenze teorico-applicative.

- Una seconda fase evolutiva è quella delle invasioni barbariche che hanno portato all’uso improprio della metallurgia e, quindi, alla costruzione di armi di rame, di bronzo e di ferro ed anche alla costituzione di società che richiedevano un “capo”, un dominatore e quindi una casta di “padroni”. Questi invasori, disumani e brutali, seguono un modello di vita in cui diventa normale l’uccisione di altri esseri umani, la distruzione ed il saccheggio degli averi, l’asservimento e lo sfruttamento delle persone. Il loro passaggio porta la morte dei maschi ed il ratto delle ragazze fatte schiave e concubine. La violenta degradazione della figura femminile si accompagna alla distruzione degli dei, lari e sociali, a significare che i vinti hanno perduto i loro”dei protettori”, sostituiti dalle armi dei potenti padroni.
- Una terza fase porta allo sviluppo delle città fortificate, alla costruzione di macchine da guerra che accompagnano eserciti sempre più potenti, il dominio della casta governante con il sovvertimento di una società omogenea e paritaria che lascia il posto al più forte ed alla “parte maschile”, guerriera e violenta, che trova gioco facile nell’alleanza con le caste sacerdotali (che attuano l’investitura del capo).
- In questo modello non manca lo sviluppo dell’arte in tutte le sue manifestazioni (dalla pittura-scultura, sino alla musica ed alla moda, ecc.), delle scienze umanistiche ed applicative (vedi l’esempio di Leonardo), delle comunicazioni e degli scambi commerciali, politici e sociali.

§ Nell’area mesoamericana, tutto questo non si verifica, proprio perché l’asfissiante paternalismo e lo strapotere del maschi portano ad una società dominata dalla paura, dalla colpa, dalla sottomissione più totale. Lo sviluppo scientifico-applicativo resta abortito, tanto che non si arriva alla “conoscenza della ruota”, l’agricoltura resta primitivo (si continua ad usare la zappa mentre l’aratro non si conosce) anche perché non si utilizzano gli animali domestici per il lavoro ed il trasporto (in queste aree geografiche non c’era né la vacca né il cavallo) neppure con camelidi (come è avvenuto nel Perù con gli Incas). Il surplus di produzione agricola avviene solo attraverso il grande rendimento di una terra straordinariamente fertile, incoraggiando i contadini ad applicazioni nelle grandi costruzioni istituzionali e religiose.

Da queste considerazioni possiamo trarre la conclusione che:
- mentre i popoli mesoamericani si sviluppavano come agricoltori sedentari in una società fortemente patriarcale dominata dalle violenze tribali (conosciuto era anche il fenomeno del banditismo utilizzato anche per rapire le persone destinate ai sacrifici religiosi);
- le popolazione dell’area europea, medio orientale e dell’africa settentrionale erano stati primitivamente dei cacciatori e, solo in un secondo tempo, svilupparono l’agricoltura e l’allevamento del bestiame.
Questo ci sembra fondamentale proprio per la possibilità che ha avuto la donna europea di sviluppare le arti agricole e dell’allevamento in un ambito familiare e con la collaborazione dei figli, incidendo fortemente nello sviluppo scientifico e organizzativo.
Solo in un secondo tempo i maschi hanno abbandonato le lunghe trasferte di caccia (che sicuramente duravano parecchi mesi), accettando i vantaggi della vita sedentaria che permetteva apportare ulteriori vie di sviluppo sulla base delle conoscenze, ampie e profonde, che la caccia aveva sicuramente insegnato loro.
Possiamo scoprire questa verità nell’ambito della “cultura minoica” che, 15.000 anni prima di Cristo, ha portato allo sviluppo di una società scientificamente molto progredita (scoperta del rame e del bronzo oltre che delle tecniche per la ceramica, la lavorazione dell’oro e delle pietre preziose, ecc.), ma anche a organizzare una società equilibrata, diretta sostanzialmente sui principi di uguaglianza e di compartecipazione, con un alto senso del valore della donna che veniva rispettata, amata e . coperta di monili e di doni.
Potremmo anche pensare che nelle aree mesoamericane la combinazione di struttura agricolo-raccoglitrice con il patriarcato ha portato alla costituzione di una società sempre rivolta su se stessa, mai aperta all’innovazione.
Questa situazione ha portato ad una società dominata dal poter e dalla violenza, da lotte interne e dalla necessità di mantenere una casta di guerrieri per difendersi dalle continue e pressanti invasioni di popoli ancora più primitivi.
È proprio da questa situazione di instabilità e di precarietà che i popoli si sono offerti e abbandonati nelle braccia delle “idee religiose” per le quali l’unica possibilità di sussistenza era quella di affidarsi alla benevolenza degli Dei acquisita con pesantissime pratiche di sacrifici umani e di offerte di sangue procurato uccidendo nemici ed animali, ma anche attraverso i salassi rituali.
Queste regole, divenute tradizionali, hanno portato a bloccare lo sviluppo sociale, scientifico ed umanistico, anche perché l’ossessiva necessità di “nascondere, per difenderli dai nemici, i loro dei protettori che si moltiplicavano anche solo cambiando di nome e fattezze” ha portato ad abbandonare città fiorenti per ricominciare sempre tutto da capo.

Questa visione delle cose si scontra con l’indiscutibile sviluppo delle scienze astronomiche e delle capacità di realizzare opere di ingegneria civile di un livello strutturale veramente straordinario.
La conoscenza era, tra i popoli Maya, strettamente e fortemente nelle mani dei sacerdoti che, avendo assunto anche il ruolo di penitenzieri e di sacrificatori, con le mani intrise di sangue, si presentavano come gli unici interlocutori degli Dei. Nel “Popol Vhu”si trova ben descritta questa regola per la quale i sacrificatori, mentre versavano il sangue delle vittime sulle pietre sacre dove erano “racchiusi” gli dei, ne ascoltavano la voce, le parole che davano le regole, gli ordini, le linee per il comportamento di tutto il popolo.
- Da queste considerazioni si può dedurre che nella storia universale lo sviluppo scientifico, sociale, umanistico e culturale si è strutturato positivamente in società che sono state capaci di fondare la loro organizzazione su: rispetto di tutti senza prevaricazioni di genere;
- superamento dell’esoterismo in favore di una conoscenza aperta a tutti, cioè esoterica e capace di accettare una evoluzione dei principi fondamentali;
- organizzazione di una “scienza dell’uomo” capace di accettare le potenzialità intrinseche di crescere e di sviluppare la “ragione”, ma anche gli affetti;
- fondare le relazioni umane sui principi della libertà, delle pari opportunità, del rispetto della vita e dei diritti di ogni individuo.


Se prendiamo in considerazione tali fondamenti evolutivi e creativi, possiamo vedere anche quanto rapidamente siano state superate le “epoche buie”, proprio perché anche nei momenti più difficili, disastrosi e distruttivi, il fondamento di un “messaggio d’amore” è stato quanto mai essenziale per superare le difficoltà e riprendere il cammino del rinnovamento che si traduce nell’immagine concettuale di un “Nuovo Rinascimento”.

Considerazioni sullo stato attuale dello sviluppo.

Nella considerazione delle possibilità che si instauri un Nuovo Rinascimento, la situazione attuale come può essere collegata con il background culturale, umanistico, politico e sociale che, proprio per le sue caratteristiche peculiari ha portato al Rinascimento? Il fenomeno rinascimentale, come sottolinea anche lo storico tedesco Jacob Burkhardt, è stato del tutto italiano o, addirittura, di alcune Corti Italiane: Firenze con i Medici, Mantova con i Gonzaga, Urbino con i Montefeltro, Ferrara con gli Estensi, Milano con i Visconti e con gli Sforza e, più tardi (quando finì il periodo avignonese) Roma con la Corte Papale.
Per capirci senza equivoci, cerchiamo di riassumere.
Il Rinascimento significa:
1) la fine del periodo gotico-medioevale che
§ nell’arte significò l’appiattimento su un piano verticale, in una visione antinaturalistica e l’assenza di chiaroscuro;
§ in politica il dominio dell’Impero e del Papato come retaggio dell’esperienza della Roma imperiale;
§ nel sociale, una sottomissione schiacciante del papato al potere imperiale;
§ nella religione, una impregnazione del divino in ogni espressione e propensione dell’uomo, del cittadino, del soggetto;
2) un profondo mutamento in campo letterario e sociale, con la strutturazione di un umanesimo (da “humanae litterae”) che investe di “cultura” non solo i letterati, ma tutti coloro che si applicavano alle scienze e, soprattutto, alle arti (prima gli artisti erano bravi artigiani che non si occupavano di studi);
3) la cultura umanistica si sviluppa tra un numero limitato di personaggi che per lo più guidano lo sviluppo della conoscenza nelle Corti principesche. L’intuizione rinascimentale sorge però in un ambito ancora più ristretto: “la Corte dei Medici” a Firenze;
4) da Firenze, la “nuova cultura” si diffonde rapidamente a tutta l’Europa;
5) non vanno dimenticate le influenze che hanno fatto superare il gotico nelle arti e nella cultura. Ricordiamo Dante che riprende e dà impulso ai principi insiti nel “Roman de la Rose” creando il “Dolce Stil Novo” che dà nuovo spessore e dimensione creatrice alla donna, alla “signora” simbolo di Saggezza;
6) queste spinte innovatrici vengono forse dall’esperienza dei Templari che, dominato il mondo della finanza e del commercio, danno anche una spinta rinnovatrice alla cultura, alle arti, dell’architettura, alla dimensione dominante dell’uomo.

Il Rinascimento è dunque l’espressione del pensiero di pochi che sanno leggere nella situazione indotta dalla Cultura dei Templari e sicuramente anche dalle ideologie indotte dalla scoperta dell’America, i contenuti fondamentali per un rinnovamento epocale.
Questo si basa su:
il concetto antropocentrico che pone l’Uomo nel baricentro del mondo (geografico, storico, culturale), con la capacità per liberarsi dalle remore e dalle oppressioni teologiche;
l’uomo diventa il fulcro della cultura per la sua capacità di utilizzare gli insegnamenti della cultura classica nel campo estetico (ritorno al “bello” che è legato alle “divine proporzioni”), ma anche etico, sociale e culturale, per creare una civiltà a “misura d’uomo” nei termine del eclettismo ma anche del individualismo;
la filosofia rinascimentale si fonda sull’idea che i pochi creano un individualismo che sostiene un profondo eclettismo che però non abbandona le arti, ma, al contrario, proprio attraverso le arti lancia le basi di una “conoscenza”, di un “sapere” che, oltre ad essere personale, è anche esoterico, nel senso etimologico della parola (di pochi, nascosto, personalistico), che però non vuole assumere aspetti anti-cattolici proprio perché nella dimensione comunitaria e universalista trova il suo vero scopo, le basi per uno sviluppo che inevitabilmente è evoluzione.

Tutto questo giustifica la lettura dello sviluppo dell’organizzazione socio-culturale in un ambito che crea le radici della violenza, del predominio dell’assoggettamento e della guerra nella “cultura patriarcale”.
Patriarcato inteso quindi come forma di organizzazione sociale, economica, politica ed anche culturale ed umanistica, per la quale il “vero potere” è nelle mani di “pochi uomini” che stabiliscono il diritto-dovere di tracciare le linee-guida del giusto, del vero, del santo, del bello sfruttando anche le imposizioni di una retorica razionalista che, dal tempo della Grecia classica, attraverso l’illuminismo ed il razionalismo, ha esautorato il mondo affettivo e la parte forse più importante del cervello umano.
In questo processo le donne hanno pagato lo scotto della loro “… predisposizione naturale e ormonale” per una vita do solidarietà, di comprensione e di gentilezza, finendo ad essere relegate nella “sfera dell’irrilevante”.
Da tempo filosofi, scienziati, psicologi, pedagogisti parlano di quel “… meraviglioso strumento che è la mente umana che sicuramente sa trovare l’occorrente per immaginare e ripristinare le forme più propizie per creare un mondo migliore e decisamente … vivibile”.
Questi tentativi verbali lasciano però il tempo che trovano dal momento che non si tratta di cercare il “nuovo” utilizzando gli strumenti di sempre. È evidente che bisogna utilizzare quelle vie e quelle strategie che, sulla base delle più moderne ricerche neuroscientifiche, si stanno profilando per sostenere una straordinaria rivoluzione culturale e umanistica.
Da quasi venti anni stiamo parlando di “timologia” (scienza dei valori e degli affetti) e più recentemente di “scienze affettive” che rispettano la organizzazione triadica cerebrale (ben diversa dalla cosiddetta “organizzazione triadica della mente” che individua: emozioni, cognizioni e volizioni) che, nel cervello umano ha individuato:
- la struttura che organizza le emozioni = il lobo limbico;
- l’organizzazione funzionale degli affetti = nella corteccia frontale e prefrontale;
- l’organizzazione cognitiva = che implica una complessa integrazione di tutte le strutture cerebrali, corticali e sottocorticali.
L’organizzazione triadica del cervello ha portato a individuare il momento (si parla di migliaia di anni) in cui si è strutturata quella “rivoluzione culturale del neolitico” che, sulla base dell’evoluzione funzionale e strutturale delle aree cerebrali (frontalizzazione) ha portato all’Homo-sapiens-sapiens ed alla nascita delle basi culturali della straordinaria “cultura miocenica”.
Oggi sappiamo che si tratta della corteccia cerebrale frontale e pre-frontale, dei neuroni a specchio e dello sviluppo della “intelligenza affettiva”. Proprio da queste nuove conoscenze bisogna partire, tenendo in conto che non si tratta di “curare”, ma di predisporre una azione forte e profonda che ha un valore preponderante di “prevenzione”.
È difficile pensare di poter cambiare i circuiti cerebrali di vecchi-saggi che fondamentano il loro sapere nella ragione, nella presunzione di possedere “la verità” , relegando nel “nulla” la verità degli altri e di qualsiasi “Altro”.
Ci sono voluti secoli e secoli di studi per arrivare a scoprire le differenze tra emozioni ed affetti; né Cartesio né Freud erano arrivati a concepire un Uomo integrato in tre livelli anatomici e funzionali e non sembra proprio opportuno tentare nuovamente un cammino tanto lungo basato sull’insegnamento.
La prospettiva veramente rivoluzionaria sta nel prevedere una azione “formativa” agita sui bambini, nelle primissime tappe dello sviluppo, accumulando l’azione di tutti i caregiver che sono responsabili della loro crescita e del loro sviluppo.
Naturalmente questo lavoro è veramente colossale e si basa soprattutto sulla riscoperta dei ruoli fondamentali dei genitori, di entrambi i genitori in quanto il bambino deve poter identificarsi sia nella madre che nel padre e apprendere dalla madre l’amore fisico, sensoriale, istintivo ed intuitivo, mentre spetta al padre condurre il bambino alla scoperta di quel “amore sociale” che richiede prima di tutto la formazione della funzione “Nome del Padre” ed in un tempo successivo l’organizzazione del “Io-Ideale” (che Kohut ha chiamato Sé) capace di contenere le forze negative e distruttive del “Padre Arcaico” che viene anche definito come “Ideale del Super-Io”.












Le dinamiche dello sviluppo psico-mentale, in una visione neuroscientifica moderna, tengono conto delle componenti affettive che non si riferiscono solamente all’erotismo sentimentale, ma soprattutto a quelle logiche sociali e relazionali che, dal rinascimento ci vengono tramandate come saggezza, specifiche della Sophia, di quella “donna-signora” cioè che rappresenta una sintesi, una dimensione complessa e globale che, inoltre, si va sviluppando continuamente ed in forma profonda (illustrazione: “amor sacro, amor-profano” di Botticelli).

In un precedente lavoro abbiamo anche sottolineato come paradigmatico uno straordinario disegno dell’impareggiabile Pablo Picasso che, nella sua infinita capacità di cercare significati e di trovare modelli rappresentativi, ci ha donato
Cercando il “senso profondo dell’Uomo” scopriamo un costante ritorno a Socrate che si domandava su cosa siamo; da dove veniamo e verso dove andiamo.
Naturalmente ci scontriamo con i temi relativi al pensiero, alla verità ed al significato dell’essere che portano Lévinas a scoprire che la verità è “l’incontro con il volto dell’Altro che ci interroga”.
Se per Lacan l’occhio dell’Altro è il “luogo dove scoprire la verità di noi stessi”, a Lévinas interessano le parole dell’Altro “… tu non mi ucciderai … per il patto indissolubile che ti farebbe responsabile della mia morte”.
Picasso, in una sua straordinaria illustrazione, ci pone di fronte a tutte queste domande accendendo la luce del pensiero, segnalando la forza violenta dell’essere, la prevaricazione sessuale, ma anche la tenerezza di uno sguardo pieno di “desiderio”.






















Nell’immagine di Pablo Picasso, c’è tutta la complessità dell’individuo che crea il paradigma della sua soggettività di fronte al senso di esistere, al senso di Sé, di essere nel mondo con le sue spinte prevaricatrici e distruttive, con il suo pensiero illuminante, ma anche con quel “retrobottega” descritto da Michel de Montaigne, pieno di conflitti, di mostri, di certezze, di debolezze ed anche di “amici”.

Il filosofo Fichte sosteneva che all’inizio non siamo nulla e poi diventiamo ciò che progettiamo di essere (anche “mostri”? si chiede Sartre), costruendo un Io-Ideale (Lacan). In questo cammino ideale, c’è il pericolo di rimodellarsi secondo il paradigma dell’essere e dell’essere unico, immobile, immodificabile, “soltanto uomo” come dice Montagne.
L’uomo “essere” che è “potenza”, cosa diventerebbe, però, se gli tagliassimo il “telos” di Aristotele o le “dinamiche timologiche” della psicologia d’oggi?
Picasso, con la sua complessa rappresentazione, giunge però a spiegare che l’uomo con la potenza della sua luce intellettiva (candela), può superare e contenere la forza della sua indole distruttiva (il bisonte) ed anche l’intraprendenza della sua sessualità, ma questo proprio perché trova l’Altra-da- Sé (la compagna), quella dimensione-donna che è “pace”, ma anche “Sophia”, quindi “saggezza”, perspicacia, capacità di contenere le furibonde spericolatezze dell’Eroe.


CONCLUSIONI

L’analisi antropologica della storia etico-sociale della terra mesoamericana ed in special modo degli Dei tra i quali, soprattutto. “Itzpapàlotl” o ”Quetzal papalotl” (Dio Farfalla), ci hanno portato a considerare per l’ennesima volta quanto sia fragile la struttura psico-mentale dell’Uomo.
Forse però questi studi dimostrano chiaramente che non si tratta di debolezza della struttura cognitiva della mente, quanto invece di quella psico-affettiva.
La debolezza psichica dell’Uomo deriva dalle difficoltà relazionali che influenzano negativamente le prime tappe dello sviluppo di un cervello che alla nascita non è ancora del tutto maturo e che condizionano l’organizzazione neurofunzionali, oltre che quella dei neurotrasmettitori e degli ormoni sessuali.
Da questo si desume che la struttura culturale dell’ambito familiare e sociale è fondamentale per condizionare le dinamiche personologiche di un individuo, ma anche di un gruppo o di una società determinata.
Potremmo dire che, nell’ambito dell’area europea e medio-orientale, migliaia di anni (dai 35.000 ai 200.000 a.C.) in cui l’uomo ha vissuto di caccia, hanno determinato una organizzazione psico-mentale decisamente primitiva (“l’orda primitiva” di Freud), che non richiedeva una raffinata capacità di intesa relazionale quando invece era importante sviluppare capacità di coordinamento senso-motorio, di apprendimento deduttivo per comprendere le informazioni inviate dall’ambito naturale e dagli animali stessi, oltre che dalla necessità di migliorare continuamente gli utensili per colpire da lontano, per uccidere e per scuoiare.
In questo periodo, però, si è vieppiù sviluppato nella donna un cervello capace di elaborare le informazioni relazionali con i figli e con le “femmine” rimaste a “casa” mentre i maschi cacciavano in lande lontane per periodi anche lunghi.
Queste modificazioni funzionali e strutturali hanno portato alle differenze di genere che oggi troviamo tra le donne ed i maschi e che facciamo riferire a differente predominio dell’emisfero cerebrale destro (affettivo) rispetto a quello di sinistra (elaborativi-deduttivo).
È interessante ricordare che le diversità di genere sono già evidenti a partire dal 10-18-esimo mese di vita e che inoltre è influenzato dalla predominanza dell’invasione ormonale degli estrogeni e del testosterone.
Risulta pertanto evidente che le differenze culturali imposte nelle aree europee, rispetto a quelle mesoamericane, hanno portato “due strutture neuro-funzionali cerebrali” del tutto differenti, per le quali:
- In Europa, la predominanza culturale femminile ha portato a strutturare (tra i 20.000 ed i 15.000 anni a.C.) una società decisamente solidale, integrata, scevra di modelli di potere dominante, rispettosa della vita dei figli, libera da “paure”, relazionata con Dei miti e propensi ad aiutare gli uomini.
In questa società si è andato imponendo lo sviluppo scientifico (metallurgia, allevamento, irrigazione, agricoltura intensiva, trasporto su ruota, abitudini a cavalcare, alimentazione anche animale, ecc.ecc.)al quale partecipavano tutti (exoterismo culturale), anche i figli e, naturalmente, le donne che ne erano state la spinta iniziale.
Solo in secondo tempo (tra i 15.000 ed i 5.000 anni a.C.) si sono presentate le invasioni barbariche (con il relativo furto delle scienze, applicate poi nella fabbricazione delle armi) e le conseguenti reazioni che hanno portato al rafforzamento delle difese, alla costituzione di eserciti sempre più avanzati tecnologicamente ed alla formazione di caste di guerrieri, di amministratori e di comandanti.
- Nel Mesoamerica la predominanza culturale maschile ha indotto un “feroce maschilismo patriarcale” che ha portato alla organizzazione di caste ben definite di soldati, ma anche di sacerdoti che sono stati capaci di assumersi un potere totale, sviluppando le filosofie teologiche della penitenza, dell’offerta, del sacrificio anche del proprio sangue e della vita.
Questo ha indotto una forte valorizzazione della figura umana e, soprattutto, della donna che è stata relegata a funzioni subalterne e dipendenti, anche con il fenomeno della prostituzione e del concubinaggio tra le vedove che non trovavano nessuna forma di sostentamento sicuro per sé e per i propri figli.
In questa società predominava la paura e l’insicurezza personale e familiare che, a loro volta, influivano negativamente sullo sviluppo psico-affettivo e psico-mentale dei bambini, ma anche di tutta la popolazione.
L’arretratezza culturale e scientifica era in enorme contrasto con la “sapienza” dei sacerdoti che dominavano l’astronomia, grazie ai saperi tramandati e strettamente riservati, oltre che il diritto a parlare direttamente e personalmente con gli Dei che venivano utilizzati per intimorire, ma soprattutto per sottomettere indiscriminatamente tutta la popolazione alle loro direttive ed ai loro desideri.

Fatta questa differenziazione che ci porta a comprendere molto di tutto quanto è successo in Mesoamerica con la scoperta (1492) e con la “conquista”, possiamo cercare di approfondire la “storia della mente” nelle regioni europee e medio-orientali.
A partire dalla costituzione della “città” è andato sempre più sviluppandosi, nella struttura amministrativa e sociale, un predominio di genere: il maschilismo.
Il dominio spesso asfissiante dell’uomo sulla donna è stato determinato anche dai preconcetti legati da un lato alla casta sacerdotale dominante (fondata, nell’area cristiana, sulla mascolinità della Trinità –Padre, Figlio, Spirito Santo), ma anche e soprattutto su una presunta superiorità intellettuale-razionale che quasi esautora la figura femminile che con il “cogito ergo sum” cartesiano veniva relegata alle sue “pratiche e tendenze emotive” del tutto svalorizzate e causa di perdita di controllo.

Oggi, sull’onda delle ricerche neuroscientifiche che hanno dato valore ad una presunta “intelligenza emotiva”, si sono sviluppate tendenze riformiste che fanno capo alle teorie ed alla filosofia di Spinosa.
Questo non è del tutto positivo perché lo straordinario filosofo olandese non propone nulla di nuovo, proprio perché anche lui preconizza una “superiorità della ragione” che è pur sempre “divina” e, soprattutto, nel suo tanto decantato ”Trattato Teologico-politico” parla di “individui” declinati al maschile e mai al femminile.
Anche Freud, che pure aveva rivalorizzato il “mondo emotivo”, ha in realtà organizzato tutto il suo pensiero sulla predominanza della ragione, della coscienza e dell’uomo maschio (vedi il presunto “desiderio del pene”).

Da una quindicina d’anni, stiamo parlando di “timologia” (la scienza dei valori e degli affetti) che si basa sulla concezione neuroscientifica del “cervello triadico” che si organizza sui fondamenti delle emozioni (cervello limbico), degli affetti (corteccia cerebrale anteriore) e delle capacità cognitive (analitico-deduttive) che rispondono ad una ampia integrazione delle strutture cortico-sottocorticali e dei sistemi percettivi.
















Queste osservazioni hanno portato a modificare sostanzialmente i valori fondanti dell’organizzazione della mente, considerando lo sviluppo psico-mentale e psico-affettivo sulle basi della relazione interpersonale, delle esperienze personali e, soprattutto, dei vissuti più intimi e dell’inconscio.
Tale visione ermeneutica della funzionalità del cervello e della mente ha portato a ridisegnare la psicologia, la psichiatria, la psicoanalisi e le dinamiche dello sviluppo sulla base dell’importanza fondamentale degli affetti e dei valori (“timologia”) che propongono una logica dei ruoli dei genitori e della famiglia con una totale e fondamentale ri-valutazione della figure della donna come compagna- sposa- madre.
Oggi parliamo tanto di “Nuovo Rinascimento”, ma è del tutto certo che le basi fondanti per questo “cambiamento” si trovano nell’organizzazione sociale, nelle dinamiche relazionali, nella formazione di una società rispettosa dei diritti individuali di tutti i cittadini, delle pari opportunità e controllata dalle logiche dell’uguaglianza, della libertà, del rispetto dell’ambente, ma, soprattutto sulla concezione superiore del valore dell’Uomo come controllore rispettoso della natura e come “essere unico” capace di cercare continuamente lo sviluppo ed il miglioramento sulla base di potenzialità che permettono una fondamentale evoluzione fisica-psichica-spirituale e trascendente.

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